Vi è uno scrittore duecentesco che è stato paragonato ad alcuni altri del secondo Ottocento per temi piuttosto simili: la propensione al vizio nella propria condotta e il relativo compiacimento, la scelta di una vita misera ed errabonda. Figure tipiche di questo “maledettismo” sono infatti scrittori come Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimabaud e ancora, in Italia, il gruppo degli Scapigliati cui facevano parte figure quali Emilio Praga, Igino Ugo Tarchetti, Arrigo Boito. Stiamo parlando di Cecco Angiolieri, lo scrittore toscano morto poco più che cinquantenne in miseria, dopo aver sperperato il patrimonio paterno ed essere stato più volte coinvolto in risse e processi di vario genere.
L’esistenza sregolata e violenta trova conferma anche nei temi della sua poesia, ma appare alquanto esagerata l’identificazione della letteratura con la sua vita, con il poeta ribelle, poiché certa insistenza sui principi della sregolatezza o sull’odio verso il padre rientrano nella tradizione della poesia latina dei “goliardi” e certamente mirano all’esagerazione parodistica in polemica con il sublime dello stilnovismo. Celebre il suo S’i’ fosse fuoco, arderei ‘l mondo, il sonetto dal contenuto rivoluzionario in cui emerge il conflitto con la società e con la famiglia: «S’i’ fosse morte, andarei a mi’ padre; s’i’ fosse vita, non starei con lui: similemente faria da mi’ madre». L’ostentazione della cinica indifferenza verso i valori umani e sociali è esemplificata anche in Tre cose solamente m’ènno in grado: sono «la donna, la taverna e ‘l dado» ovvero l’amore (inteso in senso carnale, ovviamente opposto a quello stilnovistico), la bettola e il gioco d’azzardo. «Queste mi fanno ‘l cuor lieto sentire», aggiunge Angiolieri. Agli antipodi di ogni idealizzazione cortese della realtà, l’unico rimpianto è quello di non poter soddisfare i propri desideri «ché la mie borsa mi mett’al mentire». Il motivo economico offre il destro per accentuare l’avversione nei confronti dell’avarizia paterna «che mmi tien sì magro».
Il motivo dell’odio verso il padre, con l’augurio della morte, torna frequentemente nella poesia di Cecco: la figura paterna rappresenta infatti la consuetudine e la monotonia, proprio quegli obiettivi verso cui il ribelle scaglia le sue invettive. L’accentuazione, però, iperbolica delle affermazioni rivelano il carattere scherzoso. I toni crudi e violenti dell’inizio si smorzano verso la conclusione: «S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le zoppe e vecchie lasserei altrui», dove la soluzione spicciola del godimento immediato e libero da impedimenti lascia intendere che le note drammatiche iniziali non vanno prese proprio sul serio poiché rispondono a un’altra esigenza, alla volontà del gioco provocatorio. Si tratta quindi di un gioco letterario, rafforzato da sapienti accorgimenti formali che faranno di Cecco l’iniziatore di una vera e propria “scuola poetica”, un filone destinato a una notevole fortuna, quello comico e burlesco che sarà anche di Luigi Pulci, Teofilo Folengo, Angelo Beolco (detto Ruzante) e degli antipetrarchisti del Cinquecento. A conferma di ciò, insieme alla convinzione di praticare una forma poetica che non ha nulla da invidiare alle altre, vi è il sonetto Dante Alleghier, s’i’ so’ buon begolardo, in cui – in risposta alle accuse lanciate da Dante – si trae la conclusione che non solo il Sommo Poeta non abbia titoli per accusare Cecco ma che continuando a farlo non riuscirà a spuntarla. In questo senso, allora, le analogie rilevate con i poeti maledetti conducono a ben profonde differenze: per Cecco gli atteggiamenti sono un gioco, per i poeti moderni rispondono a una precisa e sofferta condizione esistenziale.

Monica Di Martino
Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.