LetteraturaPrimo PianoL’ambiguità del tiranno nella letteratura e nell’immaginario della Grecia Antica

Adele Porzia7 Ottobre 2021
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Oggi il termine “tiranno” ha un significato negativo, perché indica un uomo che con la forza si appropria di un luogo, toglie la libertà ai suoi abitanti e conduce una serie di operazioni che fanno sì che le persone sotto il suo dominio vengano totalmente private della capacità di ribellarsi. È una psicologia particolarmente spaventosa quella del tiranno, tanto quanto quella di chi accetta biecamente la sottomissione. Si tratta di meccanismi interessanti che, con tutta probabilità, hanno una radice antica. Un po’ come la parola “tyrannos”, di origine greca, che prima non aveva un’accezione del tutto negativa. Anzi, spesso era un termine connotato in modo pienamente positivo, che compare anche con l’accezione di “re”, per esempio nella tragedia sofoclea dell’Edipo Re.

La questione non deve stupire più di tanto, perché in potenza il tiranno non era considerato negativamente. Innanzitutto, ereditando il potere, la sua carica poteva essere legittima. In quel caso, pur governando da solo, era a tutti gli effetti un monarca e passava la sua carica a un membro della sua famiglia, il figlio nella maggior parte dei casi, in modo da perpetrare il nome della stirpe e consolidarlo all’interno del regno. Eppure, anche chi avesse preso il potere con la forza, poteva ottenere la simpatia del proprio popolo, come fece Pisistrato ad Atene, che abbellì la città attraverso opere edili, fece mettere per iscritto i poemi omerici e impresse il suo bel ricordo nella città. Ottenne il potere, come avveniva sovente durante il VII e VI secolo a.C., occupando l’acropoli – la sede del potere della “polis” – con un nutrito esercito. In questo modo, proclamava l’inizio della sua tirannide, ottenendo i consensi del popolo e l’invidia, magari, delle famiglie più potenti che non sempre potevano sopportare il tiranno, visto che limitava la loro libertà d’azione o, peggio, era un tempo parte di quell’aristocrazia che ora lo detestava.

La questione che adesso più che mai vediamo di cattivo occhio è proprio la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, un tema di mancata democratizzazione. Eppure, per arrivare a una tale visione delle cose, occorreranno diversi secoli, e di certo la democrazia ateniese – per quando sorprendente – non è quello che noi ci aspetteremmo da una vera forma di governo democratico. Eppure, agli inizi del VI secolo a.C., il grande poeta e politico ateniese Solone scrisse in una sua poesia piuttosto celebre: «Se risparmiai la terra patria / e non ricorsi all’amara violenza e alla tirannide / non macchiando né disonorando la mia reputazione / non me ne vergogno perché così maggiore autorità, / credo, avrò sugli uomini». In questi versi emerge un inevitabile accostamento della tirannide alla violenza, quasi fossero due componenti imprescindibili. E Solone afferma che sarebbe stata una macchia per la sua reputazione agire da tiranno.

A Solone, poi, si uniscono intellettuali e poeti che vedono questa forma di governo come privilegiata e quasi eroica, invidiata dalla massa, accomunabile a imprese divine. Perché, sebbene odiato dall’aristocrazia, chi diviene tiranno assume delle sembianze mitiche e un alone divino. Come giustamente scrive Carmine Catenacci – nel libro Il tiranno e l’eroe, che riflette sul tema della tirannide e del tiranno all’interno della storia antica – «la tirannide è lo schermo sul quale proiettare ciò che si è (o si vuole che sia) estraneo; ma è anche la massima aspirazione individualistica, ciò che affascina e resta in agguato in un angolo della personalità del corpo sociale». Il che vuole quasi dichiarare che ognuno, nella propria vita, qualunque sia il proprio ruolo sociale, aspira neppure tanto segretamente a diventare tiranno, pur sapendo che in fondo si tratta di un desiderio piuttosto amorale.

Non stupisce, quindi, che quell’ambiguità di fondo legata alla terminologia presto assuma un valore del tutto negativo, specie nel V secolo a.C., ad eccezione di alcune tragedie, nelle quali il tiranno non è solamente la massima aspirazione possibile, ma è anche il modo più suggestivo ed efficace per sottolineare la potenza di qualcuno. Spesso il temine “tirannide” indicherà semplicemente il potere – massimo, assoluto – che a lungo resterà nella fantasia dell’uomo greco. Nella tragedia Le fenicie di Euripide, Eteocle esprimerà apertamente di desiderare il potere assoluto, ma esso è un’iperbole, un capovolgimento inammissibile dell’ordine non solo politico, ma addirittura cosmico.

Eppure, ad eccezione di questi rari accenni tragici, la tirannide assume un valore apertamente negativo nel corso del V secolo a.C., specie ad Atene, in cui – durante gli anni della guerra del Peloponneso – l’avversione nei confronti del tiranno cade nel fanatismo. E Aristofane, grande commediografo ateniese, non manca di sottolineare nelle sue commedie l’ossessione dei suoi concittadini di allontanare ogni possibile forma di tirannia, specie nell’opera Le vespe. Si trattava di una mania generalizzata, una paura debordante, che però non fu in grado di fermare gli eventi che si verificarono proprio ad Atene, dove il fantasma della tirannide si materializzò al termine della guerra, con il governo dei Trenta Tiranni e il colpo di stato dei Quattrocento. Una prova di quanto la storia possa essere ironica nei confronti di chi la vive.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.