Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoLa sfaccettata storia dell’Acropoli di Atene e l’edificazione del suo nuovo Museo

Laura Fontanesi5 Febbraio 2020
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L’icastico ed erto profilo dell’Acropoli di Atene domina, con i suoi 156 metri di altezza, la piana circostante. La posizione estremamente strategica ha favorito, sin dalle epoche più arcaiche, una costante frequentazione antropica, le cui prime evidenze sono archeologicamente documentate sin dal Neolitico (4000-3500 a. C.). L’imponente rocca calcarea (il toponimo acropoli deriva dai termini greci “akra” e “polis” e indicava il punto più alto della città) nel corso dei secoli mutò drasticamente la sua destinazione d’uso, da roccaforte difensiva a importante centro religioso in età arcaica, sino a divenire – in età classica (V-IV secolo a. C.) – significativo baluardo della potenza conseguita dalla florida “polis” ateniese. Durante le epoche che si succedettero, sino a giungere ai giorni nostri, essa continuò a subire modificazioni architettoniche, parziali obliterazioni, novelle edificazioni, devastazioni e nefaste deflagrazioni, mutando ininterrottamente la propria funzione e conformazione.

Durante l’VIII secolo, la valenza religiosa acquisita dal pianoro vide accentuarsi con insistente prominenza il fervore verso il culto di “Athena Polias”, protettrice della città. L’importanza della divinità si accrebbe e si enfatizzò durante il VI secolo a.C. e il culto di Atena divenne preponderante, circoscrivendo anche logisticamente sulla sommità dell’Acropoli gli spazi adibiti ad altre divinità. Essa cominciò a essere venerata nella pluralità dei suoi attributi e relativi epiteti: “Parthenos” (vergine), “Promachos” (della guerra), “Pallas” (giovane), “Nike” (vittoriosa), “Ergani” (tutelante il lavoro manuale).

In epoca classica si delinearono i connotati spiccatamente monumentali del sacro colle e vennero eretti gli edifici cultuali che ne consacrarono la rinomata morfologia. Le più celebri e abili maestranze – tra cui l’architetto Iktinos, sotto la solerte supervisione dell’estro scultorio di Fidia e dall’arguto stratega ateniese Pericle – concorsero alla sua pianificazione, nonché alla realizzazione da un lato di monumentali architetture in marmo pantelico e dall’altro di inestimabili capolavori di statuaria (tra cui la leggendaria statua crisoelefantina di Athena Parthenos ormai perduta, citata dalle fonti antiche, alta oltre 12 metri e opera dello scultore Fidia, verosimilmente ubicata entro la cella del Partenone). Questo infaticabile lavoro rese Atene uno dei centri artistici, politici e culturali più fiorenti dell’epoca.

Il danno più grave all’Acropoli venne inferto dai veneziani: nel 1687, infatti, durante il conflitto turco-veneziano, il Partenone – utilizzato come polveriera dai turchi – venne rovinosamente colpito da una granata dalla coalizione guidata dal Morosini, subendo importanti menomazioni. Inoltre, l’anno seguente, nel vano tentativo di asportare delle sculture architettoniche rappresentanti dei cavalli dal frontone occidentale del tempio, gli stessi veneziani danneggiarono irreparabilmente le pregevoli decorazioni.

Dal diciottesimo secolo l’acropoli divenne oggetto delle attenzioni di abbienti collezionisti europei: un ladrocinio sistematico di opere d’arte che culminò con la rilevante sottrazione di Sir Thomas Bruce, conte di Elgin, il quale – ottenuto il consenso dal governo ottomano (1798) – si adoperò alacremente a una spoliazione sistematica della struttura (dal 1801 al 1811). Quindici metope del fregio dorico meridionale, cinquantasei lastre appartenenti al fregio ionico e diciannove sculture dei frontoni vennero prelevate, imballate e imbarcate verso l’Inghilterra. Due navi naufragarono e i pregiati beni artistici in esse stipate non giunsero mai a destinazione (il prezioso carico contenuto in uno dei due velieri, fortunatamente, venne recuperato da sommozzatori di Kalymnos e Symi).

Nel 1816, le antichità elleniche superstiti vennero vendute al governo britannico che le ubicò al British Museum, dove ad oggi sono conservate. Da lungo tempo ormai esse sono al centro di un’aspra diatriba tra il governo greco e Londra per la loro restituzione. La contesa si esacerbò ulteriormente dopo l’apertura, nel 2009, di una nuova e moderna struttura museale atta a un’adeguata preservazione e valorizzazione dei marmi pantelici. Ad oggi, l’incresciosa situazione si mantiene sostanzialmente in diplomatico stallo con sistematiche recrudescenze da parte di Atene. L’anelata restituzione trascinerebbe il British Museum in una circostanza estremamente ostica da gestire: è , infatti, verosimile supporre che molteplici potrebbero essere le reintegrazioni sollecitate da diversi altri stati.

L’eccezionalità del nuovo Museo dell’Acropoli, sito alle pendici meridionali dell’omonima rocca ateniese (nel quartiere di Makriyannis), risiede nell’esauriente connubio ottenuto – dopo anni di analisi, studi e bandi fallimentari – tra un edificio moderno e all’avanguardia e la singolare integrazione dello stesso con le arcaiche strutture circostanti. L’imponente complesso ostenta un’armonica dicotomia con il contesto urbano circostante: il valido e ambizioso progetto fu ideato dagli architetti Bernard Tschumi e Mihalis Fotiadis.

Nodo gordiano della vicenda – che posticipò di un ventennio l’edificazione della struttura – fu il rinvenimento, nella medesima area adibita alla costruzione del complesso, di resti archeologici ascrivibili a fasi arcaiche della città (dal Neolitico sino al XII secolo d. C.). Eravamo nel 1989. Il nuovo museo avrebbe, di conseguenza, dovuto valorizzare e rendere fruibile al pubblico l’antico nucleo insediativo emerso. Grazie all’astuta messa in opera di 43 pilastri, l’intero maestoso volume sembra, ad oggi, fluttuare al di sopra dell’antico quartiere.

Ulteriore condizione necessaria, sarebbe stata quella di consentire la concomitante percezione delle sculture architettoniche conservate al suo interno e, al contempo, poter beneficiare dello scorcio dell’Acropoli e del Partenone stesso, visibile di prospetto. La giunonica mole – costituita principalmente da acciaio, cemento e vetro – è composta da tre blocchi autonomi e vanta una superficie espositiva di circa 14.000 metri quadrati. Il massiccio ausilio di vetrate permette di poter sfruttare e potenziare l’effetto della luce naturale esterna anche all’interno. Tale aspetto risulta riscontrabile nell’ultimo piano dell’edificio, adibito al contenimento dei marmi restanti provenienti dal Partenone, dove l’utilizzo di lastre di vetro investe l’intero perimetro spaziale, rendendo contemporaneamente attuabile la duplice visione degli ornamenti architettonici – caratterizzati dalla medesima disposizione logistica avuta “in situ” nell’antichità – e del Partenone stesso, il quale sorge parallelamente alla moderna edificazione.

La considerevole collezione accoglie il visitatore con un vasto repertorio di mirabili manufatti; l’estensione cronologica comprende anche le fasi più arcaiche di occupazione dell’area, tra cui va annoverato un’ampia collezione di ceramiche e vasi cinerari. Oggetti connessi alla vita commerciale degli abitanti (anfore con sigilli, pesi, matrici), utensili, coroplastica votiva. Mirabili elementi architettonici – ascrivibili ai santuari di epoca micenea, antecedenti il complesso pericleo – ingentiliscono la minimalista struttura museale. Due Nikai (Vittorie) fittili del III secolo a. C. dominano l’ambiente al piano terra. Suggestivi “ex voto” (offerte votive) provenienti da molteplici santuari, anche minori o ubicati nel settore settentrionale della rocca sacra, che ospitava alcuni culti arcaici di natura ctonia e misterica. “Kouroi” e “korai” (fanciulli e fanciulle) animano la vasta sala delle opere arcaiche. Un ambiente venne appositamente studiato anche per l’esposizione dei peculiari sostegni della loggia meridionale dell’Eretteo, le rinomate Cariatidi, tempietto dedicato ad Atena Poliade e a Poseidone-Eretteo. Cinque splendide fanciulle – la sesta venne trafugata e anch’essa si trova al British Museum – caratterizzate da minime variazioni morfologiche e stilistiche, in quanto eseguite da scultori distinti.

L’aura di fascinazione che investe il visitatore nel trovarsi di fronte alle sacre vestigia di uno dei complessi cultuali più rinomati dell’Attica è innegabile. Un’organizzata e metodica moderna “wunderkammer” che consentirà all’osservatore di immergersi nella storia di una cultura articolata e complessa, in grado di influenzare il substrato di molteplici civiltà odierne e che ha, proprio nella suggestiva altura dell’Acropoli, una delle sue iconiche rappresentazioni.

Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico, studiosa di culti antichi e tradizioni funerarie. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Ama scrivere, ascoltare, leggere, approfondire, progettare, creare.