FotografiaPrimo PianoLa voce delle donne negli scatti di Emanuela Caso

Giulia Ferri2 Agosto 2019
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La poetessa statunitense Maya Angelou affermava che quando una donna lotta per stessa, lotta per tutte le donne. Un grido, una protesta che anche se proveniente da una singola voce può portare con sé il dolore e la rabbia di un’intera comunità discriminata e violata semplicemente per il proprio sesso; un dissenso che in taluni casi è in grado di far nascere un vento di speranza e di forza che permette alle donne di continuare a lottare.

La mostra di Emanuela Caso, Women, può essere interpretata in questo modo: un omaggio a tutte le donne fotografate e non che ogni giorno convivono con il peso di una società patriarcale e misogina; un reportage che la Caso ha portato avanti negli anni e che le ha permesso di immortalare sfumature di femminilità da tutto il mondo. Da Occidente ad Oriente, dalle grandi capitali del potere alle realtà più dimenticate, la fotografa romana è riuscita nell’intento di raccontare attraverso uno scatto le vite di donne comuni, donne vissute e reali, lontane dagli stereotipi e dai modelli della società di oggi. Donne diverse tra loro ma accomunate dalla medesima insofferenza e insoddisfazione che traspare silente dagli sguardi di ognuna di loro.

I volti immortalati non si fermano però alla propria soggettività ma valicano le discriminazioni di genere per portare con sé anche una critica culturale. La Caso è infatti riuscita a superare la barriera dell’immagine, rendendo le proprie fotografie un portavoce delle disparità economiche e sociali che caratterizzano intere popolazioni, realtà in cui la peculiarità culturale di un popolo viene distrutta da modelli globalizzanti che non comportano necessariamente un benessere migliore per le popolazioni, anzi, spesso portano con sé il totale annullamento della comunità stessa.

La raccolta fotografica, in esposizione fino al 4 settembre presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma, è promossa inoltre dall’Assemblea delle Nazioni Unite e dalla direzione dell’UNESCO di Parigi con l’intento di portare il lavoro su scala internazionale, promuovendo così una nuova consapevolezza sociale e di genere.

Giulia Ferri

Classe 1995, durante gli anni universitari si sposta tra Bologna, Siena e Barcellona laureandosi prima in Antropologia e successivamente in Strategie Comunicative. La sua vita si racchiude in una macchina fotografica e un buon vecchio classico.