ArtePrimo PianoLa villa di Matidia, un gioiello archeologico a Monte Porzio Catone

Martina Scavone Martina Scavone28 Novembre 2020
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Nella zona conosciuta con il nome di Castelli Romani, più precisamente nell’area dell’Osservatorio Astronomico di Monte Porzio Catone, è stata rinvenuta la villa romana cosiddetta “di Matidia”. I primi responsabili della campagna di scavi furono il Gruppo Archeologico Latino e il Gruppo Archeologico Comasco. Correva l’anno 1999: in questo lungo arco di tempo si sono susseguite innumerevoli scoperte e interi settori della villa sono venuti alla luce, rivelando una residenza prestigiosa e di un’estensione considerevole (circa 79.000 metri quadrati), appartenuta a un membro della famiglia imperiale. L’identificazione della proprietaria con tale “Matidia” è avvenuta grazie al rinvenimento, durante i primi scavi, di due “fistulae aquariae plumbee” (ossia delle condutture idriche realizzate in piombo o, più raramente, in terracotta), una delle quali recava l’iscrizione «Matidiae Aug(ustae) fil(iae)». Tuttavia, le fonti ci forniscono testimonianza di due donne, in epoca romana, recanti tale nome: Matidia Maior, nipote dell’imperatore Traiano nonché suocera di Adriano, la quale ricevette il titolo di “Augusta” nel 107 d.C., e sua figlia, Matidia Minor. Da sempre, tale informazione ha dato adito a un acceso dibattito all’interno della comunità archeologica circa l’effettiva identità della proprietaria. In ogni caso, il semplice rinvenimento delle “fistulae” non basta per un’attribuzione sicura della villa e il nome con il quale si è soliti indicarla è da ritenersi puramente convenzionale.

La villa sorge nella zona denominata “le Cappellette”, toponimo derivante proprio dalla presenza di grandi strutture sostruttive aventi forma di nicchie semicircolari, peraltro ancora ben visibili dalla strada sottostante. Tali strutture, che insieme a un secondo ordine di ambienti absidati erano utilizzate per sostenere il grande terrazzamento sul quale poggiava la zona residenziale della villa, vennero identificate da Kirker con il tempio della Bona Fortuna. Peraltro, è proprio nella zona delle “Cappellette” che vennero ritrovate le sopraccitate “fistulae plumbee”, scoperta ricordata per la prima volta nel 1888 dall’abate Antonio Rocchi, soprintendente dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata. Le primissime evidenze della villa risalgono al 1994 quando, in occasione dell’impianto di alcuni alberi da frutta, emersero i resti di un complesso termale. Da quel momento ha preso avvio una sistematica campagna di scavi protrattasi fino al 2006, la quale ha permesso di indagare ciò che i lavori svolti in precedenza nel sito avevano volutamente ignorato. Infatti le modifiche sul territorio effettuate sul finire degli anni ’30 del secolo scorso – volte alla costruzione degli edifici dell’Osservatorio Astronomico – non hanno tenuto conto della natura archeologica della zona. Attualmente, sono due le aree della villa riportate alla luce e studiate: l’area del complesso termale e quella del peristilio.

Per quanto concerne la zona termale, è stato possibile individuare un “calidarium”, un “tepidarium” e un “frigidarium” (i tre ambienti che convenzionalmente componevano le terme romane), alcuni ambienti ipogei di servizio utilizzati per svolgere e garantire il regolare funzionamento del complesso termale, e infine una “natatio”, ossia una vera e propria piscina. Alcuni vani conservano lacerti dell’originaria pavimentazione musiva, realizzata con tessere in bianco e nero e decorata con disegni geometrici. Sebbene in passato l’area sia stata adibita a uso agricolo (oltre a essere stata oggetto dei lavori di realizzazione dell’Osservatorio Astronomico), lo studio dei bolli laterizi qui rinvenuti ha permesso di datare in maniera più puntuale le fasi del complesso termale: una prima, relativa agli ambienti ipogei, collocabile in età giulio-claudia e una seconda – pertinente al “calidarium”, “tepidarium” e “frigidarium” – risalente alla prima età adrianea.

Frammenti di laterizi con i vari bolli di fabbrica rinvenuti durante gli scavi

L’area del peristilio è invece frutto di scoperte più recenti: rinvenuta nel 2001 nell’ambito dei lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’edificio denominato “Cupola degli Scozzesi”, è situata a poca distanza dal complesso termale. Dagli scavi sono emerse le vestigia di tre lati di quel che potrebbe essere definito, in termini moderni, un “portico”: due di essi, l’orientale e il meridionale, erano articolati in file di colonne le cui basi sono ancora “in situ”, mentre quello settentrionale non è ancora emerso.

Villa di Matidia, area del peristilio dove sono visibili le basi delle colonne ancora in situ

C’è poi un’area non ancora indagata che potrebbe riservare delle sorprese, ovvero quella compresa tra la zona delle terme e il peristilio, dove è visibile – per la lunghezza di 5 metri circa – un muro in opera reticolata in asse con il corridoio del “portico”. È verosimile che si tratti dei resti della stessa struttura; pertanto si può concludere che l’ampio peristilio, che aveva dimensioni di almeno 50 x 70 metri, separava il piccolo complesso termale dagli ambienti di soggiorno, dei quali è emersa soltanto una piccola parte, mentre gran parte di essi deve trovarsi ancora sepolta nell’area non scavata, a sud del peristilio.

In base agli studi effettuati dagli archeologi riguardo le tecniche edilizie, i bolli laterizi, le pavimentazioni musive e le terrecotte architettoniche è stata elaborata una suddivisione in sei fasi: la prima di età repubblicana; la seconda di età tardo repubblicana; la terza di età giulio-claudia; la quarta risalente agli inizi del II secolo d.C.; la quinta di età tardoantica-altomedievale e infine la sesta e ultima fase – che coincide con l’abbandono della villa – di epoca non determinabile, anche a causa dello sconvolgimento delle stratigrafie occorso in occasione dell’edificazione dell’Osservatorio Astronomico.

Frammenti di decorazione parietale rinvenuti in vari ambienti della villa

Nel sito sono stati rinvenuti numerosi reperti ceramici, intonaci dipinti, frammenti di mosaici e di marmi di diversa qualità e provenienza, terrecotte architettoniche, materiali metallici e i già citati laterizi con i diversi bolli di fabbrica. Alcuni di questi reperti sono oggi conservati presso lo stesso Osservatorio Astronomico.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.