Sulla scia di un accorto realismo – diverso comunque da quello europeo, perché diverse le condizioni politiche, economiche e sociali – vi è una straordinaria produzione narrativa russa. Quadri fedeli della società russa, dominata ad esempio dall’ossessione del denaro, saranno presenti nelle Anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ o nelle Memorie di un cacciatore di Ivan Sergeevič Turgenev. Ma a ridare vita al grande realismo è senz’altro Lev Tolstoj.
Il suo esordio come scrittore fu segnato dalla trilogia Infanzia, Adolescenza e Giovinezza seguita dai Racconti di Sebastopoli; l’esperienza della guerra di Crimea vi appare in tutta la sua spietatezza così come l’esaltazione del coraggio dei soldati. Furono, però, soprattutto due romanzi a dargli una grande fama, ma da uomo agiato e sereno quale era si verificò in lui, qualche anno più tardi, una profonda crisi etico-religiosa che lo spinse a occuparsi del prossimo, dei sofferenti e degli oppressi, rinunciando ai suoi ricchi diritti d’autore a favore dei perseguitati. Una condotta che, se da una parte richiamò intellettuali, politici e uomini comuni i quali fecero della sua casa meta di pellegrinaggio, attirò però anche le critiche della sua famiglia.
Nell’ultimo romanzo, Resurrezione, il protagonista è colto dal rimorso – per aver fatto condannare una donna da lui un tempo sedotta – e rinuncia ai suoi beni rifugiandosi nel messaggio evangelico, ma i due capolavori di Tolstoj furono Guerra e pace e Anna Karenina. Il primo è un vasto romanzo storico ambientato in epoca napoleonica, durante la sconfitta dei russi ad Austerlitz, ma a emergere come vera protagonista è la forza proveniente dal popolo e le vicende interiori delle figure maschili che trovano nella fede il loro epilogo. In questo come nell’ultimo romanzo, la ricerca spirituale non si risolve in un’astratta predicazione, i personaggi sono sempre resi nella psicologia più profonda dei loro conflitti interiori. L’altro romanzo, Anna Karenina, ha al centro due coppie: l’una coinvolta nella turbolenta vicenda di due amanti che si risolverà nel suicidio di Anna, l’altra invece – nonostante le difficoltà – riuscirà a costruirsi una vita familiare serena. Lungi dal voler contrapporre moralisticamente l’una all’altra vicenda, Tolstoj si immerge nell’analisi di tutti i suoi personaggi, cogliendone la globalità delle loro manifestazioni. Ne è un esempio la parte che preannuncia il suicidio di Anna, dove tutto è visto con la prospettiva della protagonista: dal monologo interiore in cui si susseguono i pensieri – specie quello ossessivo sull’impossibilità dell’amore – ai personaggi della vita reale che appaiono mostruosi e ripugnanti, secondo la prospettiva di Anna, perché legati a quella parte di realtà che lei disgusta. Il suicidio sarà contemplato all’improvviso, quasi senza rendersene conto, e il ripensamento giungerà troppo tardi. Una morte che avverrà fra i binari di un treno, in una stazione ferroviaria; lo stesso scenario che farà da sfondo a quella che coglierà Lev Tolstoj.

Monica Di Martino
Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.