ArtePrimo PianoLa terramara di Pilastri di Bondeno

Alice Massarenti2 Luglio 2021
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L’indagine archeologica della terramara di Pilastri di Bondeno – in provincia di Ferrara – si è svolta in due fasi differenti, che hanno rivelato un’occupazione tra l’Età del Bronzo Medio e l’inizio dell’Età del Bronzo Recente 1, all’incirca tra il XVI e il XIV secolo a.C. Nella campagna di scavo del 1989 sono stati recuperati numerosi reperti, soprattutto ceramici, insieme ai quali sono venuti in luce anche oggetti in bronzo, ambra, osso e corno legati alle molteplici attività produttive e di scambio che dovevano caratterizzare la quotidianità del villaggio (fatta di agricoltura, allevamento, caccia e filatura). Dopo la campagna del 2013, volta a valutare dimensioni e stato di conservazione del sito, nel 2014 si è avviato lo scavo in estensione di un’area di 150 metri quadrati presso il margine occidentale dell’insediamento ed è venuta in luce un’ampia piattaforma quadrangolare in limo battuto, circondata da ammassi allungati di sedimento selezionato che potrebbero corrispondere ai residui delle intonacature delle pareti abbattute di una probabile abitazione denominata “struttura a”, il cui piano battuto ospitava – nelle ultime fasi di utilizzo – almeno due aree produttive collegate all’uso del fuoco. Intorno alla struttura era presente un’ampia sistemazione in terra battuta che si estendeva fino al margine dell’insediamento. In epoca precedente il sito era cinto da un ampio canale con palizzata, poi colmato dalle sabbie deposte da un antico ramo del Po.

Scavo del 2014: particolare di una delle caratteristiche tazze con ansa a terminazione cornuta, repertata in corso di scavo (foto di G. Pola)

Le tecniche di lavorazione della ceramica nella metà del II millennio a.C. sono piuttosto variabili. Circa l’80% dei frammenti recuperati appartiene a contenitori, come ciotole e vasi molto frammentati, temperati a fuoco basso. Questa classe di ceramica, comunemente nota come impasto, viene definita ceramica grossolana locale, realizzata con una miscela di argilla “grassa” con una componente limitata di limo sabbioso, e temperata con abbondanti quantità di frammenti di vaso riciclati.

Le ciotole o bacinelle di ceramica grossolana possono avere forma troncoconica a contorno semisferico; i vasi, di contorno ovoidale o subcilindrico, da piccoli a medi, sono generalmente chiamati olle. Alcuni dei contenitori grossolani sono piuttosto grandi: misurano 20 centimetri o più alla base e 50-80 centimetri di diametro alla bocca. Sulla superficie esterna delle basi dei contenitori grossolani sono state ritrovate tracce rettangolari compatibili con l’utilizzo di una ruota di legno durante l’assemblaggio o la cottura; inoltre le analisi chimiche sulla struttura dell’impasto indicano una temperatura di cottura inferiore a 850 gradi centigradi.

Un’altra importante categoria è rappresentata dalle coppe carenate con manici rialzati e appendici “cornute”. Queste tazze venivano realizzate con miscele di argilla della stessa origine del grossolano, ma temperate con frammenti o polveri più fini, con inclusioni microscopiche, e cotte tra 850 e 900 gradi centigradi.

Scavo del 2013: scodella carenata con ansa orizzontale frammentaria e decorazione incisa nello stile della “facies” di Grotta Nuova (foto di V. Nizzo)

Le impressioni quadrangolari hanno rappresentato a lungo un problema per gli studiosi. La quantità di materiale che recavano tali tracce era piuttosto scarsa in principio: una percentuale sufficientemente bassa per avanzare l’ipotesi che la formazione e la conservazione di tali impronte fossero dovute a circostanze non comuni, ma anche abbastanza alta da sostenere la teoria che le impronte fossero legate al processo di fabbricazione e non prodotte casualmente. Data la posizione centrale delle impronte e la dimensione simile nonostante le diverse grandezze dei vasi finiti, è stato suggerito che si utilizzasse un unico tipo di ruota per i contenitori medi, mentre per i pochi casi in cui le impronte più larghe appaiono su basi più grandi, si è pensato all’uso di ruote di legno più grandi per le forme come i dolii. Il perno avrebbe potuto terminare con una punta piramidale che si inseriva nel foro centrale della ruota.

Ritrovamento di frammento di ambra

Abbondano nell’insediamento le ossa animali, sia avanzi di pasto che materia prima per la realizzazione di utensili e immanicature, come testimoniano molti scarti di lavorazione del corno. Più rari sono gli oggetti in bronzo, tra cui qualche scoria (che prova la lavorazione sul posto). Risulta particolarmente significativo il ritrovamento di diversi frammenti di ambra (di probabile provenienza baltica), che fa di Pilastri di Bondeno la propaggine più orientale di distribuzione dell’ambra in ambito terramaricolo e anche quella più vicina in assoluto al corso del fiume Po, l’antico Eridano entrato nel mito proprio perché i Greci vi localizzavano le leggende sull’origine dell’ambra, sgorgata dalle lacrime pietrificate delle sorelle di Fetonte, lo sfortunato figlio del Sole, folgorato da Zeus. Il corso del Po era un importante punto di snodo tra le rotte commerciali che, attraverso i suoi affluenti, congiungevano i valichi appenninici con quelli alpini, il Centro-Sud della Penisola con l’area palafitticola padana.

Interessante l’individuazione di resti di storione, testimoniati dal rinvenimento di alcuni scudi ossei. Si tratta del pesce d’acqua dolce più grande d’Italia, le cui più antiche notizie datano già da Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Esclusivo del Po, è stato per molto tempo al centro delle tradizioni culinarie del territorio ferrarese.

Alice Massarenti

Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.