Primo PianoTeatro e DanzaLa sublime e sgangherata grandezza della Compagnia D’Origlia-Palmi

Giada Oliva Giada Oliva11 Maggio 2021
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Le singolari sorti della D’Origlia-Palmi non sono note a molti, eppure le gesta di questa insospettabile Compagnia furono inesauribile fonte d’ispirazione per molti attori del teatro italiano. La sala parrocchiale in via dei Penitenzieri, a due passi dal Vaticano, che li ha ospitati dagli anni ‘60, ha visto avvicendarsi in platea personaggi come Carmelo Bene, Paolo Poli, Federico Fellini, Alberto Arbasino, Silvano Zanzotto e Luchino Visconti. Assistere a uno spettacolo della D’Origlia Palmi divenne in breve tempo un fenomeno cult, un appuntamento imperdibile e spassoso. Tutti ricordano quei pomeriggi al teatro di Santo Spirito con grande affetto e fascinazione. Il motivo? Quei guitti erano gli ultimi superstiti di un teatro ormai decaduto, stilisticamente fuori moda e non adatto alle esigenze del tempo, a cui rimasero ostinatamente fedeli. Il corto circuito che si creava tra la realtà dell’epoca e le loro gesta sceniche antiquate creava delle situazioni involontariamente comiche e geniali. La loro inattualità aveva un che di sovversivo che ammaliava i giovani teatranti perché era un’inconsapevole deviazione dalla norma.

La compagnia debuttò nel lontano 1921 a Napoli con La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio. Emmanuel Palmi, romano, e Bianca D’Origlia, lombarda, avevano avuto una solida formazione teatrale: l’uno era stato “primo attor giovine” nelle compagnie di giro e aveva affiancato attori come Emma Gramatica, l’altra si era formata alla Filodrammatici di Piacenza. Ben presto si specializzarono in sacre rappresentazioni, soprattutto con l’ingresso in Compagnia della loro figlia Anna Maria Palmi, particolarmente brava a calarsi nelle vite delle sante. Christus, Quo Vadis Jesus?, Santa Rosa, Santa Rita, Santa Maria Goretti, Santa Teresa sono esempi dei loro spettacoli, alcuni scritti dallo stesso Emmanuel e dalla figlia con gli pseudonimi di Paul Lebrun ed Edoardo Simene. La compagnia ebbe un rapido successo di pubblico e di critica sia in Italia che all’estero; un successo che scemò dopo la guerra quando iniziò a essere rifiutata da teatri e impresari.

Numerosi grandi attori militarono in questa compagnia: tra i tanti ricordiamo Gian Maria Volonté, Manlio Nastri, Alfiero Vincenti e Luigi Mezzanotte. Quest’ultimo iniziò come tecnico e si specializzò in un sopraffino effetto speciale: una pioggia di petali fatta di fiori di plastica mescolati a fogli strappati per fare più numero. Immancabile era infatti in ogni spettacolo la celebrazione finale della santità con questa pioggia che cadeva sulla santa di turno a volte fino a travolgerla e a far cadere l’interprete, con risa generali.

Era un teatro fatto di scenografie, costumi e soluzioni sceniche “naif” e a tal punto “kitsch” da volgersi in sublimi e geniali. Di questa compagnia sorprendeva la grande libertà di improvvisazione e l’ingenua onestà degli interpreti, che non nascondeva ipocrisia ma solo grande passione per l’arte del teatro. Anna Maria Palmi continuò a interpretare con slancio enfatico la vergine sedicenne anche in età molto avanzata, destando prevedibili risa tra il pubblico e anche perfidi commenti. Si racconta inoltre che Bianca D’Origlia si improvvisò segretaria d’Erode, figura ovviamente assente nel testo, presentandosi in scena con un improbabile abito lungo e con il bastone perché si era fatta male. Battaglie fatte con spade di cartone, attori che guardavano in quinta, battute dimenticate, suggeritori ignorati e una serie di errori memorabili crearono uno specifico tono e stile teatrale, definito “alla D’Origlia-Palmi”. Anche il tipo di pubblico che attraevano – ecclesiastici, gente di borgata, intellettuali, artisti vari, detrattori ed estimatori –  garantiva un’esperienza unica, tra grida di approvazione, commenti volgari e risse che scoppiavano in platea.

Non ci si annoiava mai perché era imprevedibile quello che sarebbe accaduto in scena, ma soprattutto la soluzione che gli interpreti avrebbero trovato per rimediare. Questo continuo entrare e uscire dal personaggio, mescolare realtà e finzione, infrangere la barriera tra pubblico e attore, rivelare insomma l’ingranaggio teatrale, ebbe un tale successo che scuole di spicco inserirono nel loro stile recitativo un registro antinaturalistico assai vicino ai toni della D’Origlia-Palmi.

Dopo la morte di Bianca D’Origlia, la figlia Anna Maria Palmi continuò a calcare le scene fino agli anni ‘90, quando il piccolo teatro di Santo Spirito fu definito inagibile per motivi di sicurezza. Si spensero così per sempre le luci su una mitica e tanto amata Compagnia, che per settant’anni ha intrattenuto e divertito il pubblico attraverso un linguaggio incredibilmente originale.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85, laureata al Dams in Storia del teatro italiano. Ha studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Particolarmente curiosa, ama essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.