ArtePrimo PianoLa statua del Nilo dei Musei Vaticani

Anna D’Agostino Anna D’Agostino22 Luglio 2020
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A seguito della sconfitta di Waterloo (1815), il Vaticano chiese alla Francia la restituzione delle opere d’arte che le truppe napoleoniche avevano trafugato da Roma nel 1797 come bottino di guerra; fra queste vi era il Nilo, una colossale scultura marmorea databile al I secolo d.C., attualmente collocata nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani.

Nilo, copia romana di un originale greco, I sec. d.C., marmo, h. cm 165, lungh. cm 310, Braccio Nuovo, Musei Vaticani.

Per lo Stato pontificio non fu semplice riappropriarsi della scultura, in quanto il governo francese – inizialmente poco propenso a cedere alle pressioni italiane – avanzò una controproposta chiaramente inaccettabile per il pontefice: in cambio del Nilo le autorità francesi offrirono il colossale nudo di Napoleone eseguito da Canova, opera della quale pare volessero liberarsi, poiché definita “troppo atletica” dallo stesso Napoleone che ne sancì addirittura l’occultamento al pubblico nonostante l’ubicazione di prestigio nel Musée Napoléon (l’attuale Louvre).

Questo episodio è rivelatore della fama che la scultura ebbe a seguito del suo rinvenimento avvenuto nel 1513 in Campo Marzio, dove probabilmente decorava il cosiddetto Iseo Campense, il più grande santuario di Roma dedicato al culto delle divinità egizie Iside e Serapide. Su richiesta di Papa Leone X Medici (1513-1521) il Nilo fu trasferito nel cortile del Belvedere in Vaticano, dove nel corso dei secoli attrasse numerosi artisti e appassionati d’arte che la copiarono dal vero, riproducendolo non solo in marmo, gesso e bronzo, ma anche in numerose stampe e disegni. Fra questi ultimi interessante è il disegno del pittore Federico Zuccari che raffigurò il fratello Taddeo, anch’egli pittore, intento a copiare le opere presenti nel Belvedere, tra le quali oltre alla personificazione del fiume Nilo, si riconoscono l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte.

Federico Zuccari, Taddeo Zuccari copia alcune statue antiche di Roma, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe.

La varia documentazione figurativa esistente testimonia due diverse versioni del gruppo scultoreo: una con i putti integri, come la vediamo ora, e una che ne è priva. Il motivo di questa discrepanza è da ricercarsi nelle condizioni di conservazione in cui la scultura si trovava al momento della sua scoperta: i puttini posti lungo il corpo della divinità fluviale erano solo frammentari. Dunque alcuni artisti preferirono ometterli, altri invece li integrarono secondo la loro fantasia. Solamente alla fine del XVIII secolo, i sedici putti furono ricomposti da Gaspare Silla, nella forma visibile ancora oggi. Il fiume Nilo è raffigurato come un vecchio barbuto disteso su di un fianco con la testa coronata di foglie e frutti d’Egitto, allusione alla fertilità dei campi assicurata dall’acqua; infatti quando esso straripava lasciava un preziosissimo limo che rendeva fertile il terreno per i raccolti. Pertanto, proprio i sedici putti che vivacizzano la scena, alludono ai sedici cubiti d’acqua, cioè il livello raggiunto dal Nilo durante la stagione delle inondazioni.

Vi sono altri due elementi che si riferiscono alla fertilità: il fascio di spighe di grano che il Nilo tiene con la mano destra e la cornucopia colma di frutti posta sopra la sfinge. La presenza delle prime è legata al fatto che il grano era il principale prodotto dell’agricoltura egiziana e l’alimento base del mondo antico. In realtà le spighe nascondono un significato più insolito, legato al culto del dio Osiride, venerato in Egitto, in Grecia e a Roma, come divinità dei defunti: il chicco di grano, seminato e in seguito mietuto, simboleggia l’infinito ciclo della vita e della morte. La cornucopia è il corno dell’abbondanza. Il mito greco vuole che un giorno Zeus, ancora bambino, giocando avesse rotto un corno della capra Amaltea che lo stava allattando. Per farsi perdonare, lo restituì alla capra promettendo che in futuro esso si sarebbe riempito di ogni cosa ella avesse desiderato. La cornucopia è diventata quindi il simbolo della generosità degli dei e solitamente è rappresentata colma di frutta o di messi (in questo caso il corno trabocca di grappoli d’uva). La terra d’Egitto è inoltre evocata dalla presenza di una sfinge e da alcuni animali esotici. Sul basamento sono raffigurate le acque che si innalzano sempre di più da sinistra verso destra, come a seguire i sedici cubiti d’acqua impersonati dai putti.

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.