CinemaPrimo PianoLa solitudine dell’uomo moderno: Midnight Cowboy di John Schlesinger

Nadia Pannone26 Luglio 2019
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Quelli tra la metà dei ’60 e la fine dei ’70 sono stati acclamati come anni d’oro per la cinematografia americana. In un periodo di crisi – dovuto soprattutto all’avvento della TV – i produttori avevano scelto di rischiare e puntare su quei giovani cineasti che, ispirandosi al cinema europeo e agli accadimenti sociali e politici che li circondavano, costituivano vere e proprie sorgenti inesauribili di idee.

Molti individuano ne Il laureato (The Graduate, 1967) di Mike Nichols l’iniziatore del periodo della cosiddetta New Hollywood; ma se nella pellicola l’attenzione era ancora rivolta al mondo alto-borghese e Dustin Hoffman interpretava un giovane neolaureato ricco ma inappagato, due anni più tardi ancora Hoffman (attore chiave della Nuova Hollywood) prenderà parte a un altro film inscrivibile entro i confini di questa “corrente” cinematografica eppure molto più cupo, quasi brutale nel mostrare con schiettezza lo sgretolamento del sogno americano.

Parliamo di Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy, 1969) di John Schlesinger, basato sull’omonimo romanzo del 1965 di James Leo Herlihy e vincitore di tre premi Oscar al miglior film, regia e sceneggiatura non originale; ai tempi ritenuto – esageratamente – troppo spinto e classificato tra gli X-rating.

Joe Buck (Jon Voight), come preannunciato dal comunissimo nome, è un uomo qualunque del Texas che decide di trasferirsi a New York per fare fortuna. A guardarlo si direbbe di trovarsi davanti a un vero cowboy, ma l’abbigliamento è un po’ troppo esasperato per risultare autentico. In realtà Joe, a parte il cappello e i suoi fidati stivali, ha poco in comune con il cowboy – o con quello che quest’ultimo dovrebbe rappresentare. Come lui stesso ama definirsi, è più che altro uno “stallone” e, in quanto tale, deciso ad arricchirsi sfruttando quelle che ritiene essere le sue doti migliori. Ecco che, attraverso l’utilizzo della simbologia del mito, avviene un rovesciamento dello stesso. Il cowboy – l’uomo americano per eccellenza – non viene più celebrato ma deriso. La leggenda di John Wayne è ormai sbiadita.

Joe è entusiasta e un po’ sempliciotto ma ben presto veniamo a conoscenza – attraverso delle magistrali sequenze di flashback proposte con un montaggio frenetico – del suo traumatico passato: dagli atteggiamenti ambigui della nonna, all’aggressione/stupro subito insieme alla sua ex fidanzata da parte di un gruppo di malviventi. Un cowboy sarebbe riuscito a difendere se stesso e la “propria” donna ma Joe non lo è e decide di scappare da quelle lande deserte. New York, per lui, rappresenta la possibilità di una vita più ricca, moderna, lontana da quegli spazi immensi in cui può capitare di tutto e da quelle immagini violente che tenta disperatamente di scacciare.

Tuttavia, si vedrà costretto a smorzare la propria foga sin dal viaggio di andata. La sua voglia di condividere l’avventura appena iniziata, infatti, si scontra immediatamente con il disinteresse degli altri passeggeri. Ma è quando arriverà a New York che si troverà costretto a fare i conti con la realtà. Sotto le note di Everybody’s Talkin’ di Fred Neil, Joe si aggira tra la folla. Una moltitudine che si muove in modo quasi meccanico, che si scontra con l’altro ma che rimane ancorata al proprio sacro e inviolabile spazio vitale. Joe prova ad avvicinare qualche donna matura – sue prede predilette – ma nessuna sembra essere interessata. Un uomo giace a terra e nessuno dà segno di averlo visto. In una città con milioni di abitanti – che sembra più il palcoscenico per una serie infinita di fenomeni da baraccone – Joe è solo e si aggrappa all’unica fonte di positività: una radiolina che trasmette melodie allegre e perle di saggezza: la sua unica amica. Almeno finché non incontra “Sozzo”.

Enrico Salvatore Rizzo (Dustin Hoffman in una delle sue migliori interpretazioni) è un italo-americano che vive di espedienti; zoppo e con la bronchite cronica. Se Joe simboleggia il declino del mito del West, Sozzo rappresenta quella fetta di italiani che, spinti dalla speranza di una vita migliore, si erano trasferiti all’altro capo del mondo, nella terra promessa; ma non erano stati scaltri quanto alcuni connazionali ed erano rimasti indietro, fino a diventare dei reietti. New York, con tutti quei vicoli e quegli edifici uguali, è diventata per lui un labirinto. La sua New York è Miami: è lì che sogna di andare prima dell’arrivo dell’inverno; dove le persone sono più gentili, le ragazze più belle e tutti si rivolgono a lui come “Rico”, non come “Sozzo”. Sulla parete del suo appartamento fatiscente, è appeso un poster della Florida come promemoria di una vita migliore (il Carlito di De Palma ne avrà uno dei Caraibi, Escape to Paradise).

Ma se si è un minimo avvezzi al cinema americano di quella decade, si avrà già appreso che non esiste alcun paradiso; solo la sua illusione. Il lieto fine non è contemplato. Il mito del viaggio che tanto aveva fatto presa sul popolo americano – grazie anche ai romanzi di Kerouac – viene sfatato. I registi e gli autori del cinema della cosiddetta New Hollywood, difatti, influenzati dalla Nouvelle vague e dal Neorealismo, avevano come scopo quello di mettere in scena senza filtri l’asprezza della realtà e di scardinare l’American dream. L’uomo – solo – vive e muore nell’indifferenza, per colpa della società che è stata menefreghista nei suoi confronti, ma anche della propria inadattabilità al mondo moderno.

Perché Joe e “Sozzo” non hanno cercato un vero lavoro, invece di vivere di prostituzione e furti? La risposta è più complessa di quanto sembri. Se da un lato – infatti – potremmo incolpare la loro debolezza e incapacità di sottostare alla modernità, dall’altro dovremo riconoscere la loro volontà di opporsi alla società assumendo un atteggiamento nichilista il cui unico prodotto è un’auto-emarginazione da cui, spesso, scaturiscono atti violenti (come accade allo spirito auto-distruttivo di Travis Bickle in Taxi Driver).

Un uomo da marciapiede, nonostante gli Oscar vinti, non ha forse avuto la stessa risonanza di pellicole ben più celebri degli stessi anni ma senza dubbio rappresenta un elevato esempio di tutti quelli che erano gli intenti della cinematografia new-hollywoodiana. Dal rovesciamento di vecchi generi – come il western – all’attenzione rivolta agli alienati, agli anti-eroi.

Prima di tutto, però, Schlesinger ci consegna una commovente considerazione sulla solitudine dell’essere umano, su quanto ci si possa sentire abbandonati in mezzo alla marea. Ci pone, inoltre, di fronte a un’importante riflessione: vale la pena perdere la propria identità, pur di non rimanere soli? Qual è lo scotto che paghiamo per conformarci a ciò che la società ci impone? Proprio come un finale di un film della Nuova Hollywood, la risposta è aperta.

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".