Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoLa Reggia di Portici: «L’alfa e l’omega di tutte le raccolte di antichità»

Anna D’Agostino Anna D’Agostino12 Agosto 2020
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Lungo l’antica strada costiera che conduceva in Calabria, il cosiddetto “Miglio d’oro”, itinerario obbligato per i viaggiatori attratti dalla bellezza del paesaggio e dalle peculiarità archeologiche, vi fu la tendenza da parte dell’aristocrazia napoletana a costruire splendide residenze suburbane ai piedi del Vesuvio. Fra queste vi è la Reggia di Portici, edificata per volere dei sovrani Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia.

La Reggia di Portici

I lavori cominciarono nel 1738 quando re Carlo commissionò il progetto all’architetto Giovanni Antonio Medrano; successivamente a occuparsene furono Antonio Canevari, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga. Inizialmente doveva trattarsi di una palazzina all’interno di una vasta tenuta adibita alla caccia delle quaglie, ma fu poi realizzato un vero e proprio palazzo reale in cui furono depositati i reperti ritrovati a Ercolano. Pertanto, il palazzo – edificato proprio nelle vicinanze di quel celebre sito archeologico, che proprio negli stessi anni stava venendo alla luce – si presentava diviso dalla “strada regia” che lo attraversava, in due corpi di fabbrica: il palazzo inferiore, che si apre verso il mare con una monumentale facciata e con i due bracci a terrazza dell’emiciclo, e il palazzo superiore, che guarda verso il Vesuvio. Furono in seguito annesse due ampie aree verdi.

Il sito, per i reperti e le opere provenienti dagli scavi di Ercolano ivi raccolti, durante la seconda metà del Settecento divenne tappa obbligata per i viaggiatori del “Grand Tour” che, giungendo a Napoli, non potevano fare a meno di visitare gli scavi di Pompei ed Ercolano, fermandosi dunque a Portici, per ammirare i reperti musealizzati nell’Herculanense Museum, inaugurato nel 1758. Esso era unico in tutta Europa sia per la quantità e la qualità dei reperti che per le attività di studio e restauro e i laboratori sperimentali che al suo interno si svolgevano; fra questi, ricordiamo gli innovativi metodi per srotolare i papiri carbonizzati. Il museo fu talmente apprezzato dagli studiosi da essere definito da Goethe, nel suo Viaggio in Italia (1787), come «l’alfa e l’omega di tutte le raccolte di antichità».

Il Palazzo Reale svolse quindi il duplice ruolo di museo e residenza, fino a quando nel 1788 l’architetto Ferdinando Fuga ebbe l’incarico di sistemare il Palazzo dei Regi Studi a Napoli per accogliere i «Reali Musei ed Accademie», dando vita al nucleo principale dell’attuale Museo Archeologico Nazionale.

Nello stesso tempo cominciarono i preparativi per il trasporto delle antichità da Portici a Napoli. Furono questi progetti a suggerire al disegnatore Jean Duplessis Berteaux di rappresentare il trasferimento delle antichità come un corteo trionfale, simile a quelli realizzati alcuni decenni più tardi da Napoleone a Parigi.

J. Duplessis Berteaux, da Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile di Richard de Saint-Non, Paris 1781-86

La realtà fu molto meno trionfale. Quando a Napoli nel 1799 scoppiò la rivoluzione, la famiglia reale fuggì a Palermo portando con sé i tesori più pregevoli dalle residenze reali. Dal Museo di Portici partirono ben 60 casse piene di antichità. Fallita la Repubblica Partenopea il re tornò a Napoli, mentre le casse rimasero a Palermo. Durante la seconda fuga del re avvenuta nel 1806, si portarono via dal Museo altre 11 casse piene di reperti. Già nel 1802 il re Ferdinando IV aveva inviato “in dono” un certo numero di oggetti antichi a Napoleone. Questi avvenimenti decretarono la fine del Museo di Portici: tutti gli oggetti trasportabili di un certo valore erano spariti quando nel 1806, sotto il governo di Giuseppe Bonaparte, ci fu l’ordine di trasportare le antichità rimaste a Portici nel «Museo de’ vecchi studi» di Napoli. Il trasferimento si svolse negli anni seguenti, dal 1808 in poi sotto il governo di Gioacchino Murat. Quando nel 1815 i Borbone tornarono nuovamente a Napoli, si spedirono anche le casse con gli oggetti d’arte da Palermo, che però non tornarono mai a Portici, ma furono consegnati al nuovo Museo Borbonico nel Palazzo degli Studi di Napoli.

Mentre da un lato, durante il decennio francese, il palazzo fu progressivamente svuotato dei beni archeologici, dall’altro i suoi interni furono cambiati, abbelliti e arredati con oggetti di manifattura francese provenienti direttamente da Parigi, restando privo del suo aspetto settecentesco. Diversi lavori di restauro e di ammodernamento degli ambienti avvennero in particolare nella metà dell’Ottocento per il soggiorno a Portici di Papa Pio IX (1846-1878), durato circa sette mesi.

Nei decenni seguenti iniziò un nuovo svuotamento della Reggia che, nel 1858, fu privata di tutti i dipinti di artisti italiani e francesi. Dopo l’Unità d’Italia, con i Savoia, passò al Demanio dello Stato, momento nel quale fu recuperato e trasferito a Capodimonte da Annibale Sacco, Amministratore della Real Casa, il famoso Salottino di Porcellana di Maria Amalia.

Infine, nel 1873, nel Palazzo si stabilì la Real Scuola Superiore d’Agricoltura; le collezioni furono dunque trasferite presso altre residenze borboniche. Dal 1935 la suddetta scuola fu aggregata all’Università di Napoli divenendo così Facoltà di Agraria. Dal 2011 nella Reggia vi è anche il MUSA (Centro Museale della Reggia di Portici) che comprende l’Orto Botanico di Portici, il museo Botanico Orazio Comes, il museo Entomologico Filippo Silvestri, il museo Mineralogico Antonio Parascandola, il museo di Meccanica Agraria Carlo Santini, il museo Anatomo-zootecnico Tito Manlio Bettini e la Biblioteca storica dei musei. Il MUSA gestisce inoltre la fruizione dell’Herculanense Museum, sito al piano nobile del palazzo; quest’ultimo – istituito nel 2006 – è una rivisitazione in chiave multimediale dell’antico museo ercolanense, nel quale tramite proiezioni, filmati e ricostruzioni virtuali si illustra la storia degli scavi e delle loro tecniche, i procedimenti per il distacco degli affreschi, le annotazioni e le impressioni dei visitatori dell’epoca.

Affreschi romani riprodotti con la tecnica dei quadri retroilluminati
Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.