Il XVII secolo vede nello sviluppo delle arti decorative una grande forza motrice. È un momento di crescita economica, nel quale emergono nuove classi sociali che lentamente, nei secoli successivi, minacceranno lo stile di vita della nobiltà. La qualità della vita diventa una delle principali preoccupazioni ed esigenze della crescente borghesia, così come dell’ormai adamantina nobiltà europea. Quest’importanza data all’utilizzo e alla produzione di oggetti si traduce in una singolare, ma florida, attività nel campo di quelle che possiamo considerare “arti decorative”. Il numero delle committenze aumenta nel XVII secolo, ampliandosi alla grande borghesia (oltre al ceto aristocratico).
Il gusto italiano si impone a Parigi già all’inizio del Seicento. Le ragioni sono molteplici: tra le principali, il fatto che Maria de Medici era già regina consorte di Francia (avendone sposato il re Enrico IV) e l’opera di persuasione della Marchesa di Rambouillet, che si apprestava a diffondere il sapere letterario e artistico italiano all’interno del suo salotto elitario ubicato nell’Hôtel di Rambouillet (inoltre lei stessa possedeva una vasta collezione di porcellane italiane). L’arte decorativa era motivo di orgoglio e contribuiva a dimostrare in società la magnificenza della nobiltà.
Inoltre, un ulteriore elemento generale da tenere in considerazione per comprendere la particolarità del periodo era la sempre maggiore importanza degli artisti “ornamentali”. Potevano essere incisori, architetti o anche pittori, i quali si occupavano di realizzare modelli, disegni e proposte che venivano poi conservati in raccolte che fungevano da “cataloghi”, destinati allo sviluppo successivo di oggetti reali. Come conseguenza di ciò, era possibile notare lo stesso tipo di produzione su supporti differenti. Parallelamente a questo fenomeno cominciò ad attivarsi un vero e proprio commercio, che favorì la diffusione delle nuove tendenze parigine all’estero e nel resto del Paese.

Una prima tipologia che si diffuse a inizio secolo e rimase in auge per tutta la prima metà di esso, fu lo stile “cosse-de-pois” (1610-1640 circa). Cronologicamente situato durante i regni di Enrico IV e soprattutto di Luigi XIII, si trattava di uno stile vegetale e fortemente grafico molto fortunato nel campo della gioielleria.

Questi esempi mostrano il primo stadio di ideazione dei modelli attraverso disegni dettagliati, che poi andavano a fornire la base per l’effettiva realizzazione. Lo stile “cosse-de-pois” si caratterizzava anche per l’utilizzo di smalti, per la disposizione di elementi vegetali e per l’utilizzo della tecnica “champlevé” (attraverso la quale vengono scavate cavità successivamente riempite con smalti vitrei, che poi vengono lucidati).

Con Enrico IV lo stile vegetale e il gusto per il naturalismo si diffusero enormemente, non solo nei motivi e nei disegni per oggetti d’oreficeria, ma anche nella disposizione di composizioni floreali e giardini. La natura morta era molto apprezzata come genere pittorico e questo tipo di soggetto cominciava a permeare anche la tecnica dell’intarsio.
Soffermiamoci, adesso, sul “Grand style”, noto anche come “stile Luigi XIV” (e, infatti, corrispondente al regno del Re Sole). Anzitutto, è fondamentale sottolineare che – a differenza del passato – gli artisti “ornamentali” cominciarono a viaggiare e soggiornare in Italia, dove entrarono in contatto non con delle copie, ma con vestigia antiche originali. Qui studiarono le rovine romane, i motivi decorativi a foglie d’acanto, assorbendo la “gravitas” antica. È comprensibile quindi che, una volta tornati a Parigi, il nuovo stile decorativo francese fosse una traduzione e una interpretazione di motivi antichi italiani e contemporanei francesi. Tra i numerosi artisti si distinse Jean Le Pautre (1618-1682), il quale fornì diverse incisioni come modelli per coppe, vasi all’antica e oggetti d’arredo estremamente elaborati.

Nei disegni per i vasi all’antica vediamo l’espressione della monumentalità e della sovrabbondanza di elementi decorativi vegetali (quali, appunto, la presenza di foglie d’acanto). Non esistono spazi vuoti, quasi a ripresa di un “horror vacui” di antica memoria (da qui i bassorilievi che popolano tutto lo spazio disponibile sul vaso). Le Pautre fu veramente il maestro del “Grand style”, determinandolo come stile robusto, articolato e ricco di elementi.

Dall’altro lato, Jean Bérin (1640-1711) fu il rappresentante della moda durante gli ultimi anni del regno di Luigi XIV, producendo una vasta quantità di modelli utilizzati poi per effettive realizzazioni. Il suo stile era molto riconoscibile, influenzato dalla teatralità dell’opera (e del mondo teatrale in generale) e caratterizzato dall’utilizzo di grottesche. La sua ricerca si fondava su un accentuato bisogno di simmetria e sul richiamo a motivi architettonici anche nell’ideazione di mobili. In confronto a Le Pautre, Bérin si distingue per un linguaggio molto più lineare e, da un certo punto di vista, di più facile lettura.

Il linguaggio decorativo francese finirà, poi, per invadere anche la produzione di mobili, con l’introduzione del nuovo tipo di mobilio parigino per eccellenza del XVII secolo: il “cabinet”. In esso i diversi modelli troveranno spazio, per uno sviluppo nel campo dell’ebanisteria che regnerà nelle grandi residenze nobiliari.

Ana Maria Sanfilippo
Classe ’96, risiede in Friuli-Venezia Giulia. Laureata presso l’Università degli Studi di Udine in Conservazione dei Beni Culturali, Studi italo-francesi, si sta specializzando in Arts, Museology and Curatorship a Bologna, dove sta frequentando l’ultimo anno della magistrale. Ha partecipato all’organizzazione della mostra digitale “Trasmissione”, di cui ha co-curato anche il catalogo. Ama la letteratura, l’arte e lo studio delle lingue straniere.