ArtePrimo PianoLa predicazione religiosa di Hieronymus Bosch attraverso i suoi trittici surreali

Giulia Spagnuolo Giulia Spagnuolo24 Novembre 2019
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Quando guardiamo un dipinto di Hieronymus Bosch, è difficile pensare che la mente da cui scaturirono alcune delle opere più surreali ed inquietanti del XVI secolo fosse coetanea di Leonardo da Vinci. Eppure Jeronymus van Aken, chiamato Bosch dal nome della sua città natale (‘s-Hertogenbosch), nacque intorno al 1450 nei Paesi Bassi e morì nel 1526, solo pochi anni dopo il collega toscano. La sua pittura è diametralmente opposta a quella che caratterizzò il Rinascimento italiano, non soltanto per il suo tratto grafico e tagliente e per la moltitudine di dettagli particolareggiati, tipici dello stile fiammingo, ma anche per il contenuto dottrinale che da essa emerge. Alle soglie del Cinquecento, mentre Leonardo da una parte è impegnato a studiare e riprodurre il mondo naturale e la figura umana, con un approccio scientifico estremamente moderno che mira a sottolineare l’armonia dell’universo vivente, dall’altra Bosch si fa interprete di una concezione del mondo ancora fortemente arcaica, e tuttavia per niente anacronistica come spesso si è voluto far credere. La rappresentazione di un mondo grottesco e spaventoso, dominato dal male e dalla follia, non è altro che l’altra faccia di quella medaglia antropocentrica che per l’Italia rinascimentale costituiva la necessaria evoluzione del retaggio medievale.

Nell’Europa del Nord, a cavallo tra XV e XVI secolo, la cultura umanistica ancora soccombeva sotto movimenti religiosi che tendevano a negare la supremazia dell’intelletto, per porre invece l’accento sul trascendente e sull’irrazionale, da sempre temi prediletti della tradizione gotica. La pittura boschiana è figlia diretta di questa mentalità. Al di là delle forzate interpretazioni in chiave psicanalitica e surrealista che per secoli si è voluto attribuire alle opere del pittore olandese, che non hanno fatto altro che impedire una corretta lettura storica, le invenzioni visionarie dei suoi famosi trittici costituiscono l’espressione più amara e dissacrante dell’ironia con cui Bosch mette in discussione le conquiste dell’Umanesimo per ribadire la supremazia della Parola biblica. Il libero arbitrio, concesso da Dio all’individuo, è considerato un bene effimero che l’uomo non è in grado di gestire, e che lo porta a ricadere nei vizi e nelle azioni peccaminose punibili con l’Inferno. Anche lo stesso formato del trittico, il preferito di Bosch, il quale lo utilizza per la maggior parte dei suoi dipinti, è funzionale a questa concezione: la suddivisione in tre parti separate ma concettualmente collegate tra loro accentua il senso di progressione “morale” del racconto visivo, dell’umanità vittima di se stessa e dei propri istinti che si avvia verso la dannazione.

Trittico del Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch, 1480-1490 ca.

Nel Trittico del Giardino delle delizie dei primi anni del 1500, ad esempio, il programma moraleggiante è ben chiaro (completato, tra l’altro, dagli sportelli esterni sui quali è raffigurato Il Mondo prima del diluvio, prologo ideale della storia umana). Nella tavola di sinistra è rappresentato l’Eden, in cui campeggiano le figure di Adamo ed Eva accanto a Dio, colte nell’atto del Peccato originale subito dopo la Creazione; nel pannello centrale troviamo la scena della perdizione – conseguenza del gesto di Eva che condanna l’umanità – ambientata nel Giardino delle Delizie, luogo in cui, secondo le Sacre Scritture, gli uomini si abbandonano ai piaceri dei sensi; nell’anta di destra, infine, si possono ammirare le incredibili creazioni pensate da Bosch per rappresentare l’Inferno, destinazione obbligata per coloro che, sedotti dalla vanità delle cose terrene, sono diventati peccatori. Ciò che appare più straordinario è la composizione stessa dell’opera, che di fronte al caos apparentemente insanabile di un mondo dominato dal peccato, riesce invece a mantenere una rigorosa coerenza attraverso una struttura formale studiata e impeccabile, fatta di omogeneità di luci e colori e di scelte prospettiche che normalizzano anche gli elementi più grotteschi e sproporzionati. Una struttura formale che sembra quasi suggerire, in chiave simbolica, che soltanto la Giustizia divina è in grado di riportare l’ordine universale.

Trittico del Carro di Fieno, Hieronymus Bosch, 1516 ca.

In un secondo trittico di inizio Cinquecento, il Trittico del Carro di Fieno, Bosch ripropone lo stesso schema di progressione ternaria della condizione umana. Se nel pannello di sinistra ritroviamo la canonica rappresentazione della Creazione di Adamo ed Eva e del Peccato originale, arricchita questa volta dalla scena in primo piano della Cacciata dei due progenitori dal giardino dell’Eden, la narrazione prosegue poi nella tavola centrale e in quella di destra, che mostrano rispettivamente il carro a cui fa riferimento il titolo dell’opera, derivato da un antico proverbio e tema fondamentale della raffigurazione, e la consueta città infernale verso cui conduce la perdizione dell’essere umano. «Il mondo è un carro di fieno: ciascuno ne prende quanto può arraffare» recita il motto, e Bosch lo concretizza in un caotico affannarsi di piccole figurine intorno al gigantesco carro al centro del dipinto: sono i potenti della terra, che mossi dalla brama, smascherano la follia dell’essere umano abbagliato dai beni terreni. Il trittico stesso non è altro che un monito a non allontanarsi dai principi fondamentali della religione e della morale per seguire vane promesse di ricchezza; è una predicazione per immagini, come nella migliore tradizione medievale fiamminga, destinata a fornire spunti emotivi per l’identificazione del fedele e quindi ricca di dettagli.

È ciò che a Bosch riesce meglio: rappresentare l’immateriale, il teologico e simbolico, attraverso il più potente realismo.

Giulia Spagnuolo

Giulia Spagnuolo

Ho capito che io e l’arte avremmo fatto grandi cose insieme già quando, quattrenne, iniziai a disegnare sui muri di casa. Oggi, dopo ventitré anni, sono storica dell’arte e curatrice in fieri, interessata a raccontare ogni storia dalla parte degli artisti, per capire quello che c’è dietro, prima e oltre le singole opere. Ho anche smesso di dipingere pareti. Per ora.