LetteraturaPrimo PianoTeatro e DanzaLa poco conosciuta drammaturgia di Natalia Ginzburg

Avatar Giada Oliva22 Agosto 2019
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La drammaturgia di Natalia Ginzburg è stata oscurata dalla sua ben più nota produzione narrativa. Scrisse ben 11 testi teatrali in un arco di tempo che va dal 1965 al 1991. Fu un approdo tardivo al teatro, giustificato da un certo disagio che la scrittrice avvertiva verso un genere che considerava per lei inadatto. Incise molto anche il pregiudizio, diffuso all’epoca fra gli scrittori italiani, di considerare inferiore il teatro rispetto alla narrativa; la Ginzburg si lamentava della carenza di drammi validi, salvando solo le commedie di Eduardo De Filippo. Era inoltre spaventata dalla fruizione pubblica del teatro, dagli spettatori in carne e ossa mentre quel legame intimo e segreto che si crea tra un libro e il suo lettore la rassicurava.

Ti ho sposato per allegria, la prima commedia, viene scritta quasi per caso, per andare incontro al volere dell’attrice e sua amica Adriana Asti che le chiese di scriverle un testo. «Vidi venir fuori una commedia allegra. Come mai fosse allegra non lo so. Io non ero allegra. Ma forse veniva fuori allegra per quel grande stupore che uno prova quando fa una cosa che aveva comandato a se stesso di non fare mai». Se l’inizio della sua attività come drammaturga si deve a un’occasione non prevista o voluta, Ginzburg scelse volutamente di continuare a scrivere perché mossa dalla necessità di liberarsi dalla noia della prima persona dei suoi romanzi, dalla centralità del racconto per aprirsi alla polifonia, alla molteplicità delle voci, possibile in teatro in quanto regno del dialogo.

Benché rimangano due produzioni ben distinte e con proprie specificità, tra quella narrativa e teatrale si crea una sorta di osmosi in primis per quanto riguarda le tematiche. La Ginzburg privilegia anche in teatro scenari familiari, relazioni coniugali e dinamiche di vita quotidiana; riporta sulla scena l’intimità e la poetica del banale e delle piccole cose che è tipica dei suoi romanzi. Nelle indicazioni di scenografia, per esempio, si riscontra un minimalismo e un’attenzione a tanti oggetti che compongono il cicaleccio continuo dei suoi personaggi. Questo cicaleccio, mimesi del parlato quotidiano, è il motivo per cui il teatro della Ginzburg viene definito come «teatro di parola». Non accadono grandi eventi in scena, il conflitto è tutto nei monologhi, nei dialoghi, in un continuo ed eterno parlare che paralizza l’azione. Protagoniste assolute sono donne – ragazze, amanti, mogli, madri – che relegano le presenze maschili in secondo piano, alcune volte del tutto assenti. Ne è un chiaro esempio La Parrucca nel quale una figlia parla al telefono con la madre della crisi con Massimo, suo marito, e della nuova relazione con un uomo sposato e nessuno dei due compare mai in scena; ne La segretaria tutto ruota intorno alla misteriosa figura di Edoardo che mai si palesa. Non sono donne felici ma oppresse da angosce, sbandate, capricciose, passive, insensibili e impelagate in relazioni disastrose. Nei lavori della Ginzburg si può parlare di femminismo per la scelta ossessiva di trattare di figure femminili ma non nel senso culturale più comune perché queste donne non sono emancipate, sebbene la prima commedia fu scritta nell’anno della comparsa della minigonna e durante quel clima che precedeva e preparava la rivoluzione del ‘68. Assistiamo al dramma esistenziale di povere proletarie che cercano una svolta affidandosi a uomini borghesi (il più delle volte aspiranti scrittori): sono disoccupate e vagabonde però lucide e fredde nel tentativo di trovare modi per sopravvivere. L’unica influenza di quella liberazione sessuale e culturale che caratterizza il passaggio dagli anni ‘60 ai ‘70 si riscontra nella facilità con cui queste figure parlano di sesso, contraccezione e aborto così come senza vergogna raccontano altri dettagli intimi o umilianti della loro vita. Non mostrano alcun rispetto per l’interlocutore verso cui riversano cumuli di parole dando l’impressione di rivolgersi in realtà a se stesse. La Ginzburg preferisce concentrarsi sulla precarietà di personaggi di questo tipo che non riescono a dare un senso alla loro vita perché incapaci di agire e di approfittare dei cambiamenti culturali dell’epoca che avvengono rapidamente e lasciano indietro i più impreparati e fragili.

Testo esemplificativo e risolutivo di tutto il suo teatro è Il cormorano del 1991, scritto per l’attrice Giulia Lazzarini. Un testo smilzo, di sole tre pagine e un unico atto in cui la protagonista, Fiorella, irrompe in casa del suo ex marito Dario che è intento a scrivere un articolo su un cormorano rimasto invischiato nel petrolio durante la prima guerra del Golfo. Fiorella ricerca conforto per le sue vicende personali e i malesseri fisici; dalle poche parole che si scambia con Dario carpiamo i dettagli di una vita vissuta in solitudine. Si paragona al cormorano: come lui si sente impiastricciata e incapace di emergere dalle macerie della sua esistenza. «Credi mi alzerò mai da questo sofà?».

La Ginzburg sottopone l’intreccio a un livello di sottrazione estrema, non accade nulla sul palco, tutti gli eventi della vita di Fiorella sono avvenuti prima e fuori dalla scena. Questo traguardo è alla fine di un percorso narrativo e drammaturgico di manipolazione e stravolgimento del tempo del racconto. Così come nel romanzo Lessico famigliare, il tempo non è lineare ma sfasato e confuso, ricco di drastici balzi temporali tra un atto e l’altro. Ne Il cormorano la scrittrice non ha più bisogno di raccontare cosa è accaduto, i segni di una vita drammatica emergono con evidenza nei personaggi e in questa asciuttezza di trama, il teatro della Ginzburg perde l’allegria e ritrova l’amarezza tipica della produzione narrativa.

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Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.