ArtePrimo PianoLa più grande angoscia del “divino” Michelangelo Buonarroti: la “Tomba di Giulio II”

Valentina Merola Valentina Merola21 Febbraio 2021
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Nell’anno 1475 venne al mondo Michelangelo Buonarroti. Lo stupore che l’uomo del Cinquecento provò dinanzi alle sue opere è lo stesso che giunge a noi a distanza di secoli. Genio rinascimentale, il più amato e celebrato artista di ogni epoca è un mito che valica il tempo. Definito dal Vasari come colui che «non solo tiene il principato di una di queste arti, ma di tutte e tre insieme», Michelangelo si sentiva anzitutto scultore. La sua era una continua veemenza creativa, che superava gli antichi e si traduceva nella tensione e nella vitalità espressa dai corpi che scolpiva. La perfezione anatomica del corpo umano e la sua bellezza erano per l’artista la manifestazione di Dio. Lavorava il blocco marmoreo con violenza e utilizzava lo scalpello fino all’ultimo strato di marmo, rischiando in un solo colpo di rovinare l’intera opera; un azzardo per chiunque. D’altro canto, lo scalpello evitava l’appiattimento, donando alle figure i volumi che le rendono quasi vive.

Pietro Freccia, statua di Michelangelo, piazzale degli Uffizi, Firenze

Dietro il mito c’è poi l’uomo Michelangelo, che sentì tutto il peso di una vita tormentata, provata da un senso di solitudine e da un perenne conflitto interiore, esplicato da quella che sarà definita la tragedia della sua vita: la Tomba di Giulio II, quaranta anni di incomprensioni, ostilità e sfortuna.

Michelangelo Buonarroti, Tomba di Giulio II, 1505-1545, marmo, basilica di San Pietro in Vincoli, Roma.

Giulio II della Rovere fu una figura nodale per il mondo dell’arte. Papa vigoroso, risoluto, conoscitore dell’arte antica e collezionista di sculture classiche, affidò agli artisti l’esaltazione di Roma e di se stesso. È il 1505 e anche allora era evidente che un solo nome poteva raggiungere la perfezione degli antichi: Michelangelo, al quale il Pontefice commissionò la propria tomba, da collocare nella basilica di San Pietro in Vaticano. In breve tempo il monumentale progetto fu presentato a Sua Santità: un’imponente architettura trionfale che ospitava quaranta statue. L’entusiasmo portò lo scultore a Carrara nello stesso anno, per selezionare i marmi personalmente; ma nell’anno successivo l’impazienza del Papa, che quei marmi li aveva già ampiamente pagati, provocò un punto di rottura che portò Michelangelo lontano da Roma. Egli stesso scriverà negli anni successivi: «Tutte le discordie che naqquono tra papa Iulio e me, fu la invidia di Bramante e di Raffaello di Urbino; e questa fu causa che non seguitò la sua sepoltura in vita sua, per rovinarmi».

Michelangelo attribuisce alle invidie della cerchia degli artisti formatasi a San Pietro il motivo della collera papale, il quale era in realtà adirato per i continui ritardi dei lavori al mausoleo. Lo scultore tornò dunque offeso a Firenze, ma ben presto Giulio II allentò le tensioni con l’artista perché volle incaricarlo di quello che sarà il più grande successo artistico del suo pontificato: la decorazione della volta della Cappella Sistina. I lavori della tomba passarono così in secondo piano, e il tutto fu sospeso fino al 1512. L’anno successivo il Papa morì, lasciando aperta la lunga e tortuosa questione della tomba che, in base alle disposizioni testamentarie, i suoi eredi avrebbero dovuto portare a conclusione. Un secondo nuovo contratto prevedeva che il monumento fosse addossato a una parete e che avesse carattere trionfale (più tipico di un imperatore che di un papa). Sono questi gli anni in cui Michelangelo scolpisce le figure dei Prigioni, teoricamente posizionati sul basamento (e oggi al Louvre), e abbozza la figura del Mosè. La sua avidità artistica (e anche di denaro) gli fece contemporaneamente assumere altri incarichi, e quando nel 1516 i Della Rovere constatarono che il lavoro era ancora agli inizi, un ulteriore accordo impegnò Michelangelo in venti sculture anziché quaranta e lo vincolò a lavorare esclusivamente alla tomba, cosa che però non osservò: il nuovo Papa, Leone X, figlio di Lorenzo de’ Medici, gli affidò il progetto della facciata di San Lorenzo a Firenze. Inoltre, il Papa ordinava che i marmi non provenissero da Carrara, ma da Pietrasanta (tra i possedimenti dei Medici); un ulteriore ostacolo: i carraresi, irati, trattennero i marmi che l’artista stesso aveva selezionato per la tomba tempo addietro. Seguirà poi l’incarico delle tombe medicee nella stessa San Lorenzo. Finalmente nel 1532 tornò a Roma e un ennesimo accordo fu stipulato: la tomba di Giulio II avrebbe avuto sei statue di sua mano e sarebbe stata collocata nella basilica di San Pietro in Vincoli. Allo stesso tempo, il Papa gli assegnò nel 1535 la decorazione di una parete della Sistina, dove oggi tutto il mondo può ammirare il suo Giudizio Universale. Terminato questo inarrivabile lavoro, il Pontefice aveva già pronto l’onere successivo, ossia la decorazione della Cappella Paolina. Questa volta gli eredi Della Rovere vollero chiudere la faccenda della tomba, ed essendo praticamente terminate tre delle sei statue, concessero a Michelangelo di far concludere le ultime tre (la Madonna con bambino, la Sibilla e il Profeta) al suo assistente. L’artista decise però di fornire una statua in più, il Mosè, che aveva già sbozzato e che rappresentava l’ultimo lavoro per quell’opera che era divenuta insieme incubo e imbarazzo. In realtà, la presenza del profeta biblico cambiò le sue intenzioni e lo scultore decise successivamente di sostituire i Prigioni con due figure allegoriche, Lia (Vita attiva) e Rachele (Vita contemplativa), arrivando all’anno 1541. Rispettivamente simbolo di carità una e di fede l’altra, rappresentano una fase stilistica nuova, con volumi resi morbidi, privi della tipica ed energica muscolatura, con un’evidente delicatezza che esprime un sentimento religioso, indicativo della fase di vita del Michelangelo che le scolpisce, più vicino a Dio.

Michelangelo Buonarroti, Lia, 1545 circa, marmo, basilica di San Pietro in Vincoli, Roma
Michelangelo Buonarroti, Rachele, 1545 circa, marmo, basilica di San Pietro in Vincoli, Roma

Il Mosè è posto nella nicchia centrale della parte inferiore; una figura che richiama l’antico, il profeta è seduto e trattiene le tavole della legge con una mano, mentre con l’altra si tiene la barba, così minuziosamente lavorata da lasciare basiti. Quando nel 1542 riutilizzò lo scalpello su questa scultura, decise di modificarne la postura con arditi accorgimenti che le regalano una straordinaria naturalezza. La sapienza anatomica gli permise di volgere il busto possente e piegare all’indietro la gamba sinistra nel momento in cui sta per alzarsi (e sembra che stia per farlo davvero), irato dal popolo ebraico alla sua discesa dal monte Sinai; una rabbia viva ed evidente sia nel corpo che nel volto, che gli valse l’appellativo di “terribile”; è il marmo che si piega al sovrumano Michelangelo.

Michelangelo Buonarroti, Mosè, 1513-1515 circa e 1542, marmo, Basilica di San Pietro in Vincoli, Roma
Michelangelo Buonarroti, Mosè, particolare volto

Finalmente nel 1545 si concluse l’estenuante realizzazione della tomba, che fu la sua più grande angoscia. Consumato dall’arte e dalla vita, che per l’artista erano la medesima cosa, una vita vissuta a fondo, sempre ricercando l’idea della bellezza divina. Le parole dello storico dell’arte Paolo D’Ancona definiscono la figura di Michelangelo Buonarroti: «Un angelo ribelle, caduto dal cielo, ma che si strugge, giorno e notte, per risalirvi: aspira ad essere santo, e a fare un’arte a imitazione di Dio».

Valentina Merola

Valentina Merola

Laureata in Didattica dell’Arte, ha conseguito i suoi studi tra l’Accademia di Belle Arti di Napoli e l’Université Paris VIII di Parigi, con indirizzo “Arts, Philosophie, Esthétique”. Appassionata di filosofia e arte, in particolare quella medievale e rinascimentale, amante di libri e vecchie cartoline.