LetteraturaPrimo PianoLa percezione dei barbari e degli invasori: un breve excursus letterario nel mondo greco e in quello romano

Anita Malagrinò Mustica15 Settembre 2021
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Quando ci si immerge nello studio dell’Antichità, non si può non constatare quanto i poemi omerici siano fonte inesauribile di motivi chiave per cogliere l’essenza delle civiltà passate. Partire da Omero, tracciando un percorso cronologicamente omogeneo, significa recuperare gocce di mondi non così dissimili dal nostro e approfondirle alla luce di apporti successivi. Nelle pagine dell’Iliade e dell’Odissea non sembra affiorare una netta distinzione tra i Greci e gli altri. Certo, viene narrata una lunga e sanguinosa guerra, sono evidenziate le differenze tra i Greci e i Troiani, ma, tutto sommato, i due popoli parlano la stessa lingua, dialogano, si comprendono e – all’occorrenza – scendono a patti, invocando gli stessi dei. Una vera e propria riflessione sul rapporto con gli altri popoli nasce in seguito alle guerre persiane (499-479 a.C.), quando le città-stato greche combattono e vincono l’impero ecumenico degli Achemenidi. La vittoria del tutto inaspettata portò i Greci a rintracciare sistematicamente i punti di forza che li contrapponevano ai cosiddetti barbari.

A questo proposito, è bene citare un trattatello del corpus ippocratico, Sulle arie, sulle acque e sui luoghi, incentrato sull’influenza dell’ambiente sull’organismo. L’autore, nell’affrontare questioni inerenti alla medicina scientifica, propone una valutazione comparativa tra i popoli dell’Europa e dell’Asia. Il temperamento degli Europei e degli Asiatici è determinato in primo luogo da fattori di natura ambientale. Come si può facilmente constatare, però, un aspetto considerevole è rivestito dalle istituzioni politiche. I popoli asiatici, essendo sottomessi a un sovrano e non avvertendo il medesimo attaccamento alla propria terra, non combattono con il trasporto dei popoli europei, risultando imbelli e per nulla ardimentosi. I popoli europei, al contrario, combattono per difendere in prima persona gli interessi delle città che contribuiscono ad amministrare. Ricalcando le stesse tesi di natura geoclimatica, Aristotele, una delle menti più raffinate del mondo antico, dedica spazio alla tematica all’interno della Politica. Dalla fonte in questione, diviene lampante il pensiero di Aristotele, fondato sulla proverbiale teoria del “giusto mezzo”. I Greci si fanno immagine della virtù al centro degli eccessi dei popoli dell’Asia e dei popoli dell’Europa: «Ma la stirpe greca, trovandosi geograficamente in mezzo, partecipa di ambedue i caratteri ed è infatti sia coraggiosa che intelligente, sicché conduce una vita libera ma è anche politicamente organizzata nella maniera migliore, e in grado di dominare tutta l’umanità se trova una forma unitaria di organizzazione statale».

Nel mondo romano, la riflessione aristotelica e il modello del determinismo geoclimatico sono recuperati da Vitruvio. Nel De architectura, mentre tratta di come la costruzione delle case debba adattarsi al territorio, scrive: «L’Italia, a metà tra Nord e Sud, grazie al mescolarsi dell’una e dell’altra parte ha prerogative di insuperato equilibrio. Pertanto spezza l’impeto dei barbari con l’intelligenza, con la forza fisica le astuzie dei meridionali. Perciò la mente divina ha collocato il popolo romano in una zona eccellente e temperata, perché conquistasse il dominio del mondo». I Romani, dunque, hanno mescolato la veemenza bellica dei barbari con l’intelligenza dei popoli mediterranei, sostituendo i Greci alla guida del Mediterraneo e modificando drasticamente l’equilibrio politico per volere divino.

Questa percezione dello straniero finisce per modellare anche i racconti. Nell’immaginario comune, il barbaro diviene sinonimo di forza bruta distaccata dall’astuzia. A tal proposito, si rimanda a un passo – piuttosto significativo – di Storia di Roma di Tito Livio, che narra l’episodio che vede Tito Manlio vincere a duello un guerriero gallo, forzuto quanto inabile alle strategie di combattimento. Ancora una volta, dunque, la tracotanza barbara soccombe dinanzi alla morigeratezza romana. Tuttavia, a queste visioni poco benevole, si affiancano idealizzazioni quasi romantiche, basate sull’idea che alcune popolazioni barbare siano portatrici di un’idea superiore di eticità. Giustino, ad esempio, in un confronto tra gli Sciti e i Greci, ritiene i primi immersi in un’ignoranza che li rende spontaneamente etici e, per questo, maggiormente leali. È bene qui riportare anche la nota opinione di Tacito a riguardo, che – in Germania – discorrendo di virtù muliebri, sentenzia: «Presso i Germani i buoni costumi hanno più forza di quanta ne abbiano altrove le buone leggi». Il leitmotiv del buon selvaggio ante litteram giunge fino al tramonto dell’Impero romano d’Occidente e si riverbera nelle pagine de Il governo di Dio di Salviano di Marsiglia. L’autore tardo antico si interroga sulle ragioni che hanno portato alla conquista dell’Africa da parte dei Vandali ed effettua una comparazione tra i costumi dei Romani e quelli degli invasori: «Quale speranza può dunque esserci per Roma, mi domando, se i barbari sono più casti e morali dei Romani? Ho detto troppo poco. La domanda da fare è questa: quale speranza di vita e di perdono da parte di Dio possiamo avere, quando vediamo che i barbari sono casti mentre noi non lo siamo altrettanto? Vi scongiuro: vergogniamoci, e sentiamone almeno turbamento!».

Anita Malagrinò Mustica

Nata a Venezia, ma costantemente in viaggio per passione e lavoro, studia Lettere Classiche a Bari. Sognando di poter dedicare la sua vita alla ricerca e all’insegnamento, ha collaborato e collabora con varie realtà editoriali, scrivendo per diverse riviste di divulgazione scientifica e culturale. Appassionata di teatro e di poesia, porta avanti numerosi progetti performativi che uniscono i due ambiti.