LetteraturaPrimo PianoLa parola come illuminazione: Giuseppe Ungaretti

Monica Di Martino Monica Di Martino6 Giugno 2020
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Ricorre questa settimana il cinquantenario della morte di Giuseppe Ungaretti, lo scrittore definito come massimo esponente di quella corrente chiamata ermetismo. Fondamentale nella sua esperienza la scelta di arruolarsi come volontario sul Carso, dove nasceranno le liriche pubblicate con il titolo Il Porto sepolto. I versi successivi saranno  raccolti in Allegria di naufragi e confluiranno nel volume L’allegria. È lo stesso Ungaretti che tiene a precisare il carattere autobiografico delle sue poesie; ricollegandosi al Simbolismo, porta alle estreme conseguenze il procedimento dell’analogia e la distruzione del verso tradizionale. Rifiutando però la caoticità delle parole in libertà in chiave futurista,  resta fondamentale il significato della parola che assume una funzione di immediata “illuminazione”; sicché in quell’attimo la poesia coglie la pienezza dell’essere. La parola è autonoma, inserita in brevi versi o, addirittura, diventa essa stessa verso. Esemplificativa è la poesia Mattina nella quale quel «M’illumino d’immenso» è l’esito estremo di revisione e semplificazione volto a raggiungere l’assoluto, è il suo personalissimo modo di rendere l’ineffabile insieme al dilatarsi dello spazio; una sensazione di totalità che rappresenta insieme uno stato di grazia.

L’esperienza della guerra, poi, costringe a vivere fra la vita e la morte traducendosi in immagini concrete, in quell’«attimo» che è il tratto distintivo della sua poesia. Si pensi, ad esempio, alla poesia scritta sul fronte l’antivigilia di Natale: Veglia. Essa è composta da due strofe di diversa lunghezza: la prima, costituita da un unico ininterrotto fluire del discorso, insiste sulla crudezza delle immagini, del cadavere che appare ancor più deformato nella notte accecante, e la seconda – invece – ribadisce la ragione di un «attaccamento alla vita» che nasce dall’orrore e dal dolore. La fragilità della vita del soldato viene resa senz’altro in maniera avvincente anche ne I Soldati: la vita dei combattenti è paragonata alla precarietà delle foglie d’autunno, all’imminenza della loro caducità, resa ancora una volta spezzando la sequenza ritmica.

Il titolo Porto sepolto allude anche a ciò che resta un mistero, al segreto della poesia, mentre Allegria di naufragi indica un ossimoro che oppone due sentimenti: l’allegria e il timore della morte. Le poesie inserite, invece, nella raccolta Sentimento del tempo offrono un cambio di soluzione: si recuperano le forme metriche tradizionali e vi è una diversa percezione del tempo, insieme a un recupero della figura del mito, da Crono – simbolo del tempo – ad Apollo e Giunone. Poi la seconda guerra mondiale e una serie di tristi vicende familiari segneranno la prima raccolta poetica del dopoguerra, Il dolore, alla quale seguiranno La terra promessa e Il taccuino del vecchio. Le ultime raccolte, infine, sono il volume di prose Il povero nella città e Il deserto e dopo. Mentre attende l’edizione completa e definitiva dei suoi versi, con il titolo Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Ungaretti muore tra il 1° e il 2 giugno del 1970.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.