LetteraturaPrimo PianoLa novella di Giovanni Fiorentino che ha ispirato “Il mercante di Venezia”

Lucia Cambria8 Marzo 2021
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Tutti noi conosciamo il Decameron, la celebre raccolta di novelle di Giovanni Boccaccio che ha avuto nei secoli una fortuna non indifferente. L’opera divenne presto un modello da seguire: spesso infatti una novella boccaccesca ha funto da ispirazione per la scrittura di altre storie o la sua ambientazione, denominata “cornice”, è stata presa come spunto per la creazione di altri contesti letterari analoghi. Uno dei casi più celebri è quello de Il Pecorone, raccolta novellistica di Ser Giovanni (identificato con Giovanni Fiorentino) composta tra il 1378 e il 1385.

La cornice dell’opera è analoga al più celebre Decameron: cinquanta novelle sono narrate a turno dai due protagonisti nel corso di venticinque giornate. I due narratori sono un frate e una suora, Auretto e Saturnina. Costei, «giovane, costumata, savia e bella», è monaca presso un monastero di Forlì e Auretto, di lei innamorato, per poterle stare vicino decide di prendere gli ordini. Questi eventi sono narrati mediante un’evidente citazione dantesca nel Proemio dell’opera: «l’Amore, ch’al core gentile ratto s’aprende, legò costoro insieme per modo che da la lungi sorridendo s’inchinavano».

I due si scambiano la promessa di incontrarsi ogni giorno nel parlatorio del monastero per raccontarsi una storia. Il risultato è un susseguirsi di narrazioni che, almeno nelle intenzioni di Auretto, sarebbero dovute essere “galeotte”, ma tra i due nulla vi fu se non delle strette di mano e, solo alla fine, un castissimo bacio.

La cornice racchiude, come detto, cinquanta novelle, le quali non spiccano certo per particolare originalità: quindici di esse discendono da una ben precisa origine orale o scritta, tre si riferiscono a personaggi del tempo e trentadue riproducono passi della Cronica di Giovanni Villani, il quale ha a sua volta tratto ispirazione da novelle già ampiamente note nella tradizione popolare latina e medievale. Ser Giovanni quindi si pone come “mediatore”, poiché semplifica le fonti e le rende accessibili a un pubblico più esteso, trasformandole in materia da intrattenimento.

Ciò ha contribuito a una diffusione particolarmente rapida di queste storie e una di esse si crede abbia ispirato, seppur non per vie dirette, una delle commedie di William Shakespeare. La prima novella della Giornata IV contiene infatti i tratti principali che caratterizzano uno dei capolavori del grande scrittore inglese, Il mercante di Venezia: Giannetto, un giovane fiorentino, si trasferisce dopo la morte del padre a Venezia dal proprio padrino, il ricco mercante Ansaldo. Questi gli procura una bellissima nave per andare a commerciare in Oriente. Giannetto, sbarcato nel porto della Donna di Belmonte, si sottopone a una prova che, se superata, gli darebbe il diritto di prendere la donna in sposa e di divenire signore di quella terra. La prova è quella di passare una notte d’amore con lei, ma cade in un tranello e, dopo aver bevuto del vino, si addormenta. Intraprende il viaggio una seconda volta ma accade nuovamente la stessa cosa. Vuole ritentare ma il padrino non ha più il denaro necessario per fornirgli una nuova imbarcazione, così Ansaldo fa credito presso un giudeo di Mestre, il quale pretende, se il debito non viene estinto, una libbra di carne «da dosso di qualunque luogo e’ volesse». Giannetto stavolta riesce a superare la prova e sposa la donna. Il giudeo, non ricevendo quello che gli spetta, pretende la sua libbra di carne ma giunge la donna di Belmonte – travestita da giudice – che pone come condizione che nessuna goccia di sangue debba sgorgare.

Tutti questi elementi, in particolare la clausola della libbra di carne, sono riproposti nella commedia shakespeariana: Porzia, travestita da Baldassarre, invita il giudeo Shylock ad accettare il denaro offerto da Bassanio, che ha nel frattempo sposato la donna. Il giudeo pretende però quello che aveva chiesto e quindi il giudice (ovvero Porzia) invita Shylock a procedere ma, dato che nel contratto si parla solo di carne, nessuna goccia di sangue deve essere versata, altrimenti verrà condannato per aver attentato alla vita di un veneziano.

Si è creduto a lungo che questa novella fosse giunta a Shakespeare per mezzo di una traduzione eseguita da William Painter in Palace of Pleasures (1566), ma in quest’opera ci sono versioni in inglese di altre novelle della raccolta Il Pecorone, mentre manca quella di Giannetto. La scena del processo è però contenuta in The Orator di Alexandre Sylvane, la cui traduzione fu pubblicata nel 1596. Da qui, quindi, è molto più probabile che il Bardo di Avon sia venuto a conoscenza della novella di Giannetto e della Donna di Belmonte.

La novella di Giovanni Fiorentino costituisce una sorta di canovaccio, di schema narrativo che già così composto è stato efficace per quella cerchia di lettori meno esigenti, che amavano semplicemente assistere all’intreccio degli eventi senza addentrarsi nelle trame psicologiche e nelle motivazioni delle azioni, elementi fatti emergere da Shakespeare nella sua commedia Il mercante di Venezia.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.