Georg Philipp Friedrich von Hardenberg, meglio noto con lo pseudonimo Novalis, è considerato da molti critici l’unico vero romantico. Quasi sotto forma di provocazione, si sostiene addirittura che il Romanticismo sia terminato con la sua morte, avvenuta nel 1801. In Novalis si sono infatti radunate tutte le essenze di questo movimento e con le sue opere, molte delle quali frammentarie, hanno raggiunto il loro apice, soprattutto con gli Hymnen an die Nacht (Inni alla notte): il bacino che raccolse le stille di un’anima troppo prematuramente strappata alle sue spoglie mortali. La scrittura di questi inni avvenne a seguito di un evento che accompagnò perennemente i suoi pochi anni di vita: la morte della fidanzata Sophie.
Nato nel marzo 1772 a Oberwiederstedt, in Sassonia, Novalis crebbe sotto l’influsso di un’educazione pietista. Il pietismo, sorto nella seconda metà del XVIII secolo, fu un movimento religioso protestante che metteva in primo piano l’esperienza più personale e intima con la divinità. Iniziò fin da molto piccolo a dimostrare una certa precocità nelle sue doti intellettuali, che impiegò nella composizione di prime opere poetiche e di traduzioni. Dopo la conclusione degli studi di giurisprudenza a Wittenberg, si recò al castello di Grüningen per lavoro e incontrò Sophie von Kühn, all’epoca dodicenne, con la quale si fidanzerà il 15 marzo del 1795. Lo stesso poeta ha sin da subito intuito l’importanza che quella fanciulla avrebbe avuto, tanto che, poco dopo averla conosciuta, scrisse al fratello che «un quarto d’ora ha deciso della mia vita». Quel quarto d’ora lo ha infatti condotto ad assistere al repentino e progressivo decadimento della ragazza, la quale, dopo essere stata sottoposta a una serie di interventi chirurgici, si spense nel 1797, due giorni dopo aver compiuto quindici anni.
La morte di Sophie ebbe per Novalis un effetto devastante. Il fratello Karl scrisse che a seguito di questo triste evento il poeta pianse ininterrottamente per otto giorni e otto notti; nei giorni a venire s’ispessì ancor di più la malinconia che era già insita nella sua indole. «Senza di lei per me non c’è niente al mondo», scriverà nel suo diario, «il mondo è sempre più estraneo – le cose intorno a me indifferenti»: Novalis si sente distaccato da un mondo che gli appare sempre più inutile. Si può ben dire che la morte di Novalis sia iniziata ora, con la morte dell’amata, o forse sarebbe meglio affermare che iniziò per lui un desiderio di morte, un desiderio di annientamento e di notte: dissolversi nell’oscurità delle tenebre e non sentire nulla, nemmeno la morte.
Le parole del suo diario sono, ancora una volta, testimoni di questo sentimento: «Con lei per me è morto il mondo intero», «lei è morta – così muoio anch’io – […] in una profonda e serena pace voglio aspettare il momento in cui mi chiamerà». Con la dipartita di Sophie, Novalis si convince del fatto che nemmeno lui sia stato fatto per il semplice mondo terreno: «Il fidanzamento non era per questo mondo. Qui non potrò essere compiuto».
Come si diceva, la morte della ragazza destò nel poeta una volontà di non-essere, un desiderio di totale annullamento, per questo motivo nacquero gli Inni alla notte, poemi in prosa contenenti i germi poetici, filosofici e spirituali della poesia romantica. «Mi ripiego verso la sacra notte», scrive Novalis nel primo inno e questa “sacra notte” sarà ciò a cui anela anche negli altri inni, soprattutto nel terzo.
Il 13 maggio del 1797, dopo essere stato presso la tomba della fanciulla, il poeta avverte una sorta di epifania che sarà alla base per la scrittura di quest’inno, che rappresenta una vera e propria “consacrazione” alla notte, un iniziare una nuova vita in mistica unione con l’amata: «Tu, estasi della notte, sopore del cielo, scendesti su di me». L’unica luce è la visione dell’amata che possiede l’eternità negli occhi e fa sprofondare in lontananza i millenni. Novalis scopre di provare verso Sophie “religione”, non amore, perché si tratta di «amore assoluto, indipendente dal cuore, fondato sulla fede» (Hemsterhuis-und-Kant-Studien).
Come già scritto nel primo inno, l’opposizione tra giorno e notte, tra luce e oscurità, è ora maggiormente avvertita. La notte ha condotto i due amanti a un’unione più profonda e meno dissolubile, tanto che il poeta può dire «ora sono tuo e mio» e si abbandona al matrimonio eterno. La tomba di Sophie diviene allora una talamo sacro, un letto nuziale, nel quale i due amanti potranno far assopire il loro amore per sublimarlo a una notte senza tempo.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.