La parola “fotografia” è composta da due termini, “phôs” e “graphè”, ossia luce e disegno (o scrittura). Questa pratica rappresenta un mezzo per fissare l’immagine della camera oscura su un supporto adeguato, grazie all’azione della luce su sostanze fotosensibili. La parola “fotografia” è una sintesi efficace che racchiude in sé un mondo di opportunità, a partire dalla produzione fino alla replicabilità delle immagini fisse. Si tratta di un’invenzione che ha avuto grosso impatto a livello sociale nonché culturale e che ha saputo inserirsi meritatamente anche all’interno di un mondo esclusivamente artistico come quello delle attività di pittura e scultura.
La fotografia è meravigliosamente poliedrica a partire dagli ambiti ai quali si applica: la vediamo nel giornalismo, nelle pratiche dilettantesche, nell’uso personale. I supporti sui quali circola sono infiniti: cartelloni, manuali, cartoline, schermi, scatole di ogni tipo di prodotto. Del resto, l’immagine ha sempre avuto un ruolo predominante nella vita dell’uomo, ma con la nascita della fotografia la sua presenza è stata progressivamente sempre più incalzante tanto che Martin Heidegger, in Sentieri Interrotti (1950), scrive che «il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in un’immagine, e il fatto che il termine “visione del mondo” continui a valere come designazione della posizione dell’uomo in seno all’esistenza offre la prova della perentorietà del processo di costituzione del mondo a immagine». Oggi siamo abituati a produrre immagini, modificarle, condividerle, moltiplicarle, con tutta la comodità dei supporti digitali, ma in origine le fotografie apparivano come risultato di un lungo processo chimico. A tal proposito è interessante ripercorrere, seppure brevemente, la nascita a tutti gli effetti di quella pratica che poi sarà anche il punto di partenza del cinema. Nel corso del 700′ erano stati compiuti diversi esperimenti sui materiali fotosensibili, ma è nei primi decenni dell’Ottocento che fu realizzata la prima fotografia, per opera di Joseph Nicéphore Niépce.

L’immagine ovviamente era unica e non ripetibile. Vistosi miglioramenti vennero raggiunti da Louis-Jacques Mandé Daguerre, i cui esperimenti condussero alla nascita del dagherrotipo.

Con questo procedimento si riusciva a creare un’immagine estremamente dettagliata, con tempi di esposizione drasticamente ridotti; per ottenere un’immagine perfetta, infatti, a seconda della luce, potevano bastare solamente dai 3 ai 30 minuti.

Tuttavia oltre a Niépce, con il quale Daguerre collaborò intensamente, la fotografia ha un altro padre: William Henry Fox Talbot. Si tratta dell’inventore del concetto moderno di fotografia, ovvero la creazione di immagini con la possibilità di riprodurle potenzialmente in maniera illimitata. A seguito di un esperimento poco riuscito, durante il quale espose alla luce solare una foglia a contatto con carta imbevuta in una soluzione di sale e nitrato d’argento, Talbot realizzò il primo negativo della storia della fotografia.
Lo stesso Talbot spiegò che è possibile ottenere un’immagine positiva da una negativa e tale processo fu chiamato “calotipia” e conosciuto anche come “talbotipia”. A differenza del dagherrotipo, forniva la possibilità di creare più copie di un’immagine utilizzando il negativo. “De facto” Talbot aveva inventato il concetto di fotografia moderna. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi per rendere apprezzabile tale pratica, almeno non quanto il dagherrotipo che invece veniva considerato più prezioso proprio per la sua unicità.

Valentina Bortolotti
Nata a Roma, è laureata in Storia dell’arte e attualmente sta studiando per ottenere il patentino da accompagnatrice turistica. Fotografa autodidatta, guida turistica in erba, ama trascorrere il tempo nei musei in solitaria.