«Con la cultura non si mangia» ha detto qualcuno, eppure però ha tratto certamente d’impaccio non poche “bocche”. Fedro, per esempio, ex-schiavo di origine straniera, sembra sia stato affrancato dall’imperatore proprio grazie alla cultura, la stessa che lo avviò all’insegnamento. Si può anzi supporre che il principale rappresentante latino della favola abbia dato avvio alla produzione poetica contestualmente all’esercizio della professione: le favole, infatti, all’epoca erano usate come testo nelle scuole. La fama e le ricompense sperate, tuttavia, furono disattese se pensiamo che Seiano – ministro di Tiberio – lo fece processare e condannare con un’accusa pretestuosa e che nei prologhi dei suoi libri lamenta di non essere apprezzato.
Di Fedro sono pervenuti cinque libri di favole in versi e, fin dal prologo al primo di essi, è chiaramente indicata la fonte di ispirazione: Esopo, uno schiavo della Frigia che, secondo la tradizione, avrebbe raccolto per primo il materiale favolistico greco, dotandolo di racconti in prosa dal sapore pedagogico e morale. Caratteristica principe è quella dell’apologo di un animale parlante che diventa il simbolo di caratteri e atteggiamenti tipicamente umani. Fedro, dunque, decide di mettere in versi le favole esopiche scegliendo il senario giambico, tipico delle parti in dialogo della commedia.
Il motivo della scelta è facile da immaginare: la favola presenta con il genere comico dei punti di contatto, quali l’intento di divertire il pubblico e il carattere realistico di situazioni e personaggi. Lo scopo dichiarato, infatti, nei primi due libri, è quello di divertire e ammonire al tempo stesso, proponendosi così il duplice intento di diletto e utilità. Tuttavia, Fedro aggiunge un paio di elementi al modello: la “varietas”, che ha lo scopo di superare i modelli ripetitivi della favola animalesca per introdurre nuovi e diversi personaggi – anche mitologici – e inserire storielle realistiche; la “brevitas”, che si evince dalla modesta estensione dei suoi componimenti così come dalla capacità di condensarne gli insegnamenti morali. Il risultato è la concisione di vivaci istantanee, rapidissime, che con un effetto icastico fanno balenare dinanzi agli occhi del lettore situazioni e protagonisti.
Caratteristica, infine, della favola è la presenza della morale la cui visione e interpretazione della vita è presto colta quando si legge:
«Ora in breve ti spiegherò perché sia nato
della favola il genere. La schiavitù, ai padroni soggetta,
non osando dire ciò che avrebbe voluto, traspose
le sue opinioni nelle favole, ricorrendo, per schivare
le accusa di calunnia, a scherzose invenzioni»
Questo estratto, mutuato dal prologo al terzo libro, contiene un riferimento implicito allo schiavo Esopo ma anche alla persecuzione che Fedro sente su di sé da parte dei potenti, come Seiano. La morale che si ricava nel complesso rivela, a tal proposito, un gusto pessimistico e amaro, una visione rassegnata sulla constatazione del fatto che la legge del più forte ha sempre la meglio e che il povero e debole, per sfuggire ai guai, deve restare al proprio posto. Una morale talvolta rinunciataria che, nel deplorare il male, non s’illude di potervi porre alcun rimedio.

Monica Di Martino
Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.