Architettura, Design e ModaPrimo PianoLa moda, tra azione e vittimismo

Valeria Fancello Valeria Fancello18 Novembre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/11/qdwewfewfq3wf.jpg

L’universo della moda, in un lungo processo di evoluzione storica, ha trovato col tempo il sostegno per esprimere se stesso nelle scienze umane come la psicologia, la storia, la filosofia e l’economia e infine, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nell’arte. Ma per alcuni i suoi ambiti di competenza non sono chiari e forse sono limitati per altri. Tale scetticismo e diffidenza sono il prodotto di un approccio incoerente e distratto che, a sorpresa, non riguarda solo la società spettatrice ma anche chi è addetto al settore. Nonostante infatti se ne parli da tempo e abbia assunto una posizione di rilievo nell’epoca in cui viviamo, fa trasparire un’intima insicurezza caratteriale che si riversa sull’immagine che poi la moda dà di se stessa al resto del mondo.

Chi non conosce la storia, la fisica e la letteratura, non potrebbe mai metterne in dubbio l’importanza intrinseca, innegabile e imprescindibile; al contrario, per la moda, se prescindiamo dalle considerazioni sui numeri, è frequente veder sminuire il suo valore riducendola a cosa di poco conto e di scarso spessore culturale.

E perché a questo punto non tralasciare le autogiustificazioni – «La moda è molto altro…», «Oltre gli abiti c’è anche la cultura…» – che legittimano il proprio operato e lo difendono dalle frequenti provocazioni, anziché procedere dritti, senza troppe spiegazioni, sulla strada dell’azione?

Quirino Conti, profondo conoscitore della materia in questione, storico del costume, abile narratore e critico della moda, definito da Natalia Aspesi “Stilista Occulto”, descrive con sapiente efficacia, nel suo libro Mai nessuno saprà, tale sentimento. Scrive l’autore sui couturier, stilisti, che il denigrarsi e l’ossessivo culto di sé è stato un impegno vigorosamente portato avanti da coloro che definisce delle strane creature, dei centauri, per metà poeti e per metà mercanti, che continuano a respingere l’appellativo di artisti: «Cosa, questi straccetti? Ma vogliamo scherzare? Noo, l’arte è ben altro». Preferiscono non addentrarsi in terreni sconosciuti e fortificarsi nella definizione di artigiani, poiché, per quanto abili e talvolta geniali, si considerano pur sempre artigiani. Eppure, come scrive Conti, Christian Dior, Cristòbal Balenciaga, Gabrielle Chanel ed Elsa Schiapparelli sono la dimostrazione del fatto che l’affinità con il mondo dell’arte, non sia stata qualcosa di occasionale, una semplice simpatia, ma «manovre di avvicinamento, concordanze strategiche e permutazioni di ruolo, come in un laboratorio sperimentale». Per lo scrittore, tuttavia, il mondo dell’arte non era evidentemente ancora pronto dopo le scatole di zuppa Campbell, entrate di diritto nella storia dell’arte contemporanea, ad accogliere la moda tra i suoi ranghi. E forse, per incompatibilità di principi, tra cui la perpetua destinazione della moda all’utilità, mai lo sarà. Un’esclusione per cui i padri della moda hanno trasmesso i geni dell’incertezza ai propri figli.

A prescindere dai corsi di laurea triennale creati ad hoc, sono sempre esistite figure professionali che si occupassero dei vari ambiti del settore. Pensiamo al giornalismo di costume del secondo dopoguerra; chi ne scriveva aveva studiato la letteratura italiana e straniera, e spesso conosceva più lingue. Il costume non era una materia svincolata dalla storia e dalla società, cosa che continua a valere anche oggi. Probabilmente per poter lavorare in questo settore non sono necessari studi così specifici, che rischierebbero di istituire figure avulse dal contesto, scollegate dalla realtà politica, sociale e culturale, elementi dai quali la moda trae linfa vitale. Non sono i corsi universitari a legittimare il valore culturale di un qualsivoglia settore e non bastano i profitti dei grossi marchi ad esaurirne le informazioni sull’argomento.

I giornali, d’altro canto, esaltano le sfilate dei grandi creatori di moda ma esattamente come per i libri, il cinema e le mostre d’arte, anche gli stilisti hanno bisogno di una controparte che ne analizzi in modo critico il lavoro. Non sono anime fragili da osannare sempre e comunque, col rischio che altrimenti si rompano in mille pezzi. I giornali e le riviste, specializzate e non, hanno il dovere di approcciarsi alla moda con lo stesso rigore riservato a qualsiasi altro argomento, così da costruirsi una propria credibilità. La società ha il dovere di essere critica ma allo stesso tempo chi lavora dall’interno, per onestà intellettuale, dovrebbe raccogliere le critiche e farne tesoro.

Una cooperazione che va oltre la superficie, che non si ferma alle influencer e all’irrazionalità delle tendenze, che rappresentano il margine più superficiale di questo mondo.

Valeria Fancello

Valeria Fancello

Sin da piccola, nella sua bellissima isola, sogna la moda. Inizialmente affascinata dal suo aspetto patinato, scopre dopo di essere ben più attratta dal racconto e dalla cultura che si cela dietro questo mondo. Frequenta a Roma la facoltà di Scienze della moda e del costume per poi proseguire con un percorso specialistico sul giornalismo.