LetteraturaPrimo PianoLa metafora: riflessioni metaletterarie sulla regina delle figure retoriche

Adele Porzia9 Settembre 2021
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In poesia e in prosa, fin da quando si è piccoli e si iniziano a muovere i primi curiosi e incerti passi nel mondo dei libri, ci si imbatte subito in una figura retorica usata e strausata sin dalle origini della letteratura antica: si parla, naturalmente, della signora metafora, che indica – proprio come vuole l’etimologia – un trasferimento di significato. Dire qualcosa in senso figurato e, nella finzione, rendere la realtà meglio di quanto si potrebbe fare normalmente. Un espediente che si usa sovente anche nel quotidiano, per esempio quando diciamo di avere una “fame da lupo”, o un “coraggio da leone”.

La metafora è presente anche in Omero e un esempio bellissimo si ha proprio nell’Odissea, quando l’autore prova a dare una definizione di Polifemo, il ciclope accecato da Odisseo: Omero, o chi per lui, ci dice che non assomiglia a «un uomo mangiatore di pane», bensì a «un picco selvoso tra eccelsi monti, che se ne resta isolato dagli altri». Con questa manciata di parole, in due splendidi versi, Omero ci fa capire quanto fosse singolare, solitaria e spaventosa questa creatura e, poi, che non mangiasse pane, ma con tutta probabilità – non appena ne avesse modo – un po’ di poveri malcapitati naufraghi.

La metafora è ben presente nel corso dei secoli, senza risparmiarne neppure uno. Perché è la prima cosa che deve saper fare un poeta. Pablo Neruda era un grande amante delle metafore, e spesso e volentieri le usava per arricchire il senso di quelle poesie di vita e amore che scriveva a ogni spostamento. Aveva compreso quanto potesse essere elegante ed efficace dissimulare la verità dietro a una metafora, per poi farla risaltare ancora più forte alla prima lettura. Con la metafora, infatti, ciò che si nasconde nella scrittura, si rivela poi nella lettura. Si schiude per i lettori, liberando tutto il suo nutrito potere, tutto il suo fascino senza tempo.

La si ritrova perfino in un elenco di espressioni islandesi che uno storico, Snorri Sturluson, volle conservare perché giungesse ai posteri. Una lista di metafore dal sapore nordico, che non hanno nulla di meno rispetto ai versi di Charles Baudelaire o di Arthur Rimbaud. O ai poeti e oratori del Seicento, che Benedetto Croce accusava di «intima freddezza» e «poco ingegnosa ingegnosità», ma le cui metafore avevano quel gusto per l’assurdo e la novità, come raramente si è visto più avanti. O, per lo meno, fino alle analogie di quegli straordinari poeti maledetti di provenienza francese.

Non a caso Aristotele, nel terzo libro della Retorica, riflettendo sul senso ultimo delle parole, si diede a una riflessione sulla metafora, affermando che fosse di per sé un’analogia, ma tra cose dissimili. E precisamente tra immagini. La metafora è essa stessa immagine. Come quando si fanno potenti e antichissime associazioni: tra le stelle e gli occhi, l’amore e il fuoco, l’acqua e il tempo, la vecchiaia e il tramonto, il sonno e la morte. Non a caso, e qui torniamo a Omero, nell’Iliade il sonno è «fratello della Morte». Subito viene in mente il famoso monologo dell’Amleto, quando il protagonista – interrogandosi sulla possibilità di morire o vivere (essere o non essere) – si domandava quali sogni e quale destino gli spettassero, dopo quel «sonno di morte» cui auspicava. Lo stesso Heinrich Heine, straordinario poeta romantico in quel meraviglioso periodo che fu l’Ottocento tedesco, scriveva che «la morte è la fresca notte; la vita il tormentoso pomeriggio».

La metafora riguarda morte, amore e vita. Nessun aspetto dell’esistenza viene tralasciato dai poeti e dagli scrittori. E se Catullo, per rendere la vanità delle affermazioni della sua Lesbia, affermava che le sue parole erano destinate al vento e all’acqua che fugge, allo stesso tempo era propenso a paragonare la sua bella e infedele Lesbia a un fiore nascosto, metafora ripresa poi da Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, e dallo stesso Torquato Tasso nella sua maestosa Gerusalemme Liberata, quale metafora della fanciullezza, che non bisogna far appassire in un giardino, dimenticata. Per non parlare di John Milton, che in Paradise Lost, parlando del ratto di Proserpina dal punto di vista del suo rapitore, scrive: «Ma nonostante il duro tempo / la mia sete d’amore non ha fine; / con i capelli grigi mi avvicino / ai roseti del giardino».

Jorge Luis Borges, dall’alto della sua erudizione, sviluppa una significativa riflessione al termine di un saggio-racconto, intitolato – per l’appunto – Metafora, e contenuto in un libro molto interessante, Storia dell’eternità, che si muove – proprio come il suo autore – tra letteratura e immaginazione. Borges si domanda quando qualcuno finalmente deciderà di realizzare un libro sulla storia della metafora, cercando di legare tante storie e tradizioni, scoprendo un filo conduttore tra i numerosi sentimenti dell’uomo. E, in questo viaggio, cosa si potrebbe scoprire? Curiosi ritorni o formule del tutto nuove per l’Occidente?

Non si sa, ma è il caso di concludere con una bellissima metafora, tratta dalla Divina Commedia, e precisamente dal primo canto del Purgatorio (v.13), quando Dante Alighieri tenta di descrivere il cielo orientale e per farlo si serve di una metafora indimenticabile, tratta dalle pietre preziose, al fine di rappresentare lo sfavillio della volta celeste: «Dolce color d’oriental zaffiro». Metafora, a sua volta di provenienza biblica, a riprova di quanto antica e metaletteraria sia questa figura retorica.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.