LetteraturaPrimo Piano“La mattina dopo” di Mario Calabresi ci insegna a non arrenderci mai

Bianca Damato Bianca Damato3 Ottobre 2019
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A sette mesi dal suo licenziamento come direttore di Repubblica, Mario Calabresi rompe il silenzio. E lo fa con un libro, La mattina dopo, edito da Mondadori e uscito nelle librerie lo scorso 17 settembre. È un libro molto intimo, personale, quasi sofferto, in cui Calabresi racconta la sua mattina dopo il licenziamento dal quotidiano, come rialzarsi e, soprattutto, come riempire le giornate ormai vuote. «Il miglior favore che ci si può fare in un momento di crisi è di non fingere che le cose vadano benissimo e che un milione di progetti ti aspettino. Ho sempre trovato patetica questa cosa. Così dico semplicemente che sto scrivendo un libro».

Insomma Calabresi deve rimettere insieme i pezzi della sua vita e decide di farlo raccontando anche le esperienze di altre persone che lui ha incontrato sul suo cammino, dall’amico Roberto Toscano al collega Omero Ciai, entrambi sopravvissuti a un aneurisma celebrale. Oppure di Daniela “la garagista” che ha perso l’uso delle gambe in un incidente o ancora Damiano Cantone, sopravvissuto a un incidente aereo nel Sud Sudan, fino a Yavuz Baydar, scrittore in fuga dalla Turchia di Erdogan, incontrato per puro caso al Festival del giornalismo di Perugia. Storie di persone comuni e non che si intrecciano con la sua, tutte per portare un unico messaggio: mai arrendersi e mai abbandonarsi alle disgrazie della vita. Sempre reagire e alzare la testa.

Calabresi reagisce con questo libro e lancia un appello: «Non si può cambiare ciò che è successo, bisogna farci pace. E prima lo si fa e meglio è». Alla fine “la mattina dopo” può essere quella dopo un pensionamento, un addio, una partenza ma anche la mattina dopo un disastro, una morte.

In sottofondo a La mattina dopo e a tutte le storie che Calabresi racconta c’è sempre la sua famiglia. Dalla madre che non porta rancore verso gli assassini di suo marito, al padre adottivo Tonino che, nonostante la malattia, ha continuato a dipingere fino all’ultimo, per arrivare all’amata nonna, scomparsa qualche anno fa, che prima di morire ha espresso un ultimo desiderio, lasciando al nipote Mario una sorta di missione: ricomprare la vecchia vigna di famiglia che era stata pignorata dalla banca. Da qui Calabresi parte per un viaggio avventura nelle Langhe piemontesi in cui riesce a ricostruire, in gran parte, l’albero genealogico della famiglia. Riesce a ritrovare se stesso tramite la sua famiglia e le sue radici.

Si tratta di un percorso che serve a Calabresi anche per fare pace con se stesso, un appuntamento con il destino che adesso il giornalista non può più rimandare. Da qui la riflessione sulla morte del padre, ingiusta, perché avvenuta troppo presto, quando il piccolo Mario aveva solo due anni. Per porre la parla fine, o almeno provarci, a quel drammatico capitolo della sua vita alla fine Calabresi decide di partire, di andare a Parigi. Arriva nella capitale francese ancora segnata dall’incendio che ha colpito Notre Dame, in un giorno ventoso, per incontrare Giorgio Pietrostefani, il mandante dell’omicidio di suo padre, condannato ma latitante. Un incontro di cui il lettore non saprà mai il contenuto perché Calabresi vuole tenere questo capitolo privato, non riesce a scriverlo nel suo libro, ma sappiamo che finalmente riuscirà a ritrovare il suo equilibrio, nonostante la difficoltà a svegliarsi in quella “mattina dopo”.

Bianca Damato

Bianca Damato

Sono nata a Benevento ma ho sempre vissuto a Roma. Oggi sono giornalista praticante a Napoli. Mi piace viaggiare e scoprire nuove culture per arricchirmi e magari un giorno racconterò le meraviglie del mondo. Nel tempo libero vado al cinema e a teatro e non mi perdo mai un gran premio di MotoGP.