Emily Dickinson nacque nel 1830 in Massachusetts; suo padre era un facoltoso avvocato che dotò la famiglia di una biblioteca ricchissima. Anche se quei libri non erano destinati direttamente a Emily (ma all’educazione di suo fratello Austin), sono stati, in realtà, la sua più grande risorsa (e la sua immensa salvezza). Emily e sua sorella Lavinia studiarono per lo più da autodidatte, circondandosi degli amici colti dei genitori che frequentavano la casa. È così che Emily ha trascorso la sua vita: tra gli scaffali dei libri e la sua scrivania. Quella che può sembrare un’autoreclusione nella galera di carta è invece una scelta di libertà: nelle sue stanze Emily aveva scelto gli universi più onesti dei libri (in cui vivere, in cui perdersi). Emily era libera di poter leggere, di poter scrivere, di argomentare le sue idee e di fantasticare. Un isolamento molto più aperto di quanto si potrebbe pensare, ravvivato dagli incontri, dalla lettura dei testi, dalle immagini che prendevano vita attraverso la sua penna e dai continui scambi con l’esterno: il suo epistolario è uno dei più cospicui e toccanti. La natura poi fa da sfondo e allo stesso tempo è protagonista nella sua vita e nella sua opera, qualcosa che circonda e avvolge radicandosi dentro. La poesia dà voce e corpo a tutto questo in Emily Dickinson. Solo sette dei suoi componimenti furono pubblicati mentre era in vita. Tutti gli altri furono dati alle stampe postumi, grazie alla sorella che li trovò riposti in fascicoli nella camera di Emily, poco dopo la sua morte avvenuta nel 1886. Da quel momento Dickinson diventò una delle voci più amate della poesia (a livello mondiale) e fonte ispiratrice per molti autori e artisti successivi.
Ci sono cose fatte per volare –
L’uccello, il calabrone, l’ore –
Per queste nessun’elegia.
Ci sono cose fatte per restare –
L’ansia, le colline, l’eternità –
Neppure questa è roba mia.
Altre che senza moto vanno su.
Di dire i cieli ho la virtù?
L’enigma oh quanto fermo sta!
Nel 1952 Joseph Cornell dedica una delle sue scatole artistiche a Emily; il titolo dell’opera (Toward the Blue Peninsula) è tratto da un verso della Dickinson: Cornell la cita spesso, è come se parlassero; è un dialogo mai interrotto tra due artisti di epoche diverse.

La scatola riproduce la camera della poetessa, completamente bianca (Emily amava il bianco) con una finestra che dà sullo sconfinato turchese. Il blu è il colore del sogno, dell’immaginario. Viene raffigurata l’eternità quotidiana (fatta di incanti da rintracciare nelle piccole cose). La finestra è un simbolo e un chiaro richiamo al romanticismo. Cornell omaggia la sua poetessa del cuore con questa scatola che a causa del bianco può sembrare asettica; un occhio profondo si concentrerà sull’azzurrità della finestra che si affaccia verso nuovi mondi, reali o utopici non importa. È un invito a tendere lo sguardo al di là di ciò che ci circonda, com’era stata in grado di fare Emily.
Speranza è cosa con le penne –
Appollaiata nella mente –
E canta melodie senza parole –
E non si ferma mai – assolutamente –
E più dolce – tra i soffi – tu la senti –
Ed infuriare deve la tempesta –
Per togliere coraggio all’uccelletto
Che ha riscaldato tanti –
Nelle più fredde lande l’ho sentita –
Sui mari più lontani –
Ma nel bisogno mai
Ha preso briciola – dalle mie mani.
Dickinson è stata tradotta (operazione non facile per via dei ritmi spezzati e incalzanti) da molti poeti, che hanno restituito l’eleganza, la profondità e la sensibilità sublime degli scritti originali di Emily. Tra tutte, si segnalano le traduzioni di Nicola Giardini, curate all’interno della raccolta Il cuore in libertà.

Giorgia Pellorca
Vive nell'agro pontino e quando può si rifugia in collina, a Cori, tra scorci mozzafiato, buon vino e resti storici. Ha studiato Lettere moderne per poi specializzarsi in Filologia. Curiosità ed empatia si fondono nell'esercizio dell'insegnamento. Organizza eventi quali reading e presentazioni di libri.