LetteraturaPrimo PianoLa legge contro la tirannide: la battaglia di Cheronea e la reazione ateniese

https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2021/11/fff.jpg

Nel fondamentale volume curato da Margherita Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, pubblicato a Roma nel 1987, la grande archeologa ed epigrafista italiana si occupa di analizzare, tra le tante, un’iscrizione estremamente importante, la cosiddetta legge contro la tirannide (337/336 a.C.). La studiosa ritiene che il testo, di eccezionale importanza, sia da considerarsi un modello delle leggi pubbliche ateniesi di età classica. Le leggi (νόμοι o θεσμοί) venivano imposte dagli organi costituzionali dello Stato, affinchè venissero rispettate da tutti i cittadini. In ambito ateniese, sono rimasti famosi alcuni testi di leggi. Nel V secolo a.C., il compito di redigere leggi di speciale gravità spettava al collegio dei συγγραφεῖς e, nel IV, ai νομοθέται. La custodia delle leggi spettava in origine al consiglio dell’Areopago e più tardi al collegio dei tesmoteti.

La stele della legge contro la tirannide fu ritrovata nel 1952 nel corso degli scavi eseguiti nell’Agorà dalla Scuola Americana. Sopra l’epigrafe è presente un rilevo raffigurante l’entità figurata della Democrazia, fotografata nell’atto di incoronare la rappresentazione di Demos, reso con i connotati di un uomo barbuto seduto su un trono.

Il testo dell’epigrafe, redatto sotto l’arcontato di Phrynichos, durante la nona pritania della tribù Leontìs, riporta la notizia dell’iniziativa di Eukrates, figlio di Aristotimos del demo del Pireo. Nella sua sezione più importante, l’epigrafe recita: «Se alcuno si sollevi contro il popolo mirando alla tirannide, o contribuisca a stabilire la tirannide o abbatta il popolo degli Ateniesi o la democrazia in Atene, colui che uccida chi abbia fatto qualche cosa di queste sia considerato innocente. Non sia lecito ad alcuno dei membri del consiglio dell’Areopago né salire sull’Areopago né sedere nell’adunanza né deliberare anche di una sola cosa, quando fossero abbattuti il popolo o la democrazia in Atene. Ma se, abbattuti il popolo o la democrazia in Atene, uno dei membri dell’Areopago salga sull’Areopago o sieda nell’adunanza o deliberi su qualche cosa, perda egli ogni diritto civile, egli e la sua discendenza, e la sua sostanza venga confiscata e la decima sia della dea Atena». Successivamente, viene disposto che il segretario del consiglio faccia incidere questa legge in due stele di pietra da collocare all’ingresso dell’Areopago e nell’assemblea popolare. Il tesoriere del popolo, poi, dovrà versare venti dramme per l’incisione delle stele.

Il testo viene composto e pubblicato in un periodo fondamentale per la storia ateniese. Poco tempo prima, infatti, Filippo II aveva battuto a Cheronea (settembre 338) gli Ateniesi ed i loro alleati. Immediatamente dopo, il partito conservatore di Atene aveva cercato un accordo col vincitore con la stipula della pace di Demade (ottobre 338). I Macedoni, nello stesso anno, dopo la dissoluzione della Seconda Lega Navale, avevano promosso la costituzione della lega di Corinto, i cui membri avevano riconosciuto a Filippo l’hegemonia sui Greci e la carica di strategos autokrator nell’imminente guerra ai Persiani. Atene e il suo ordinamento democratico risultavano, dunque, in gravissimo pericolo. Come estremo tentativo di salvezza, il partito democratico ateniese, guidato dall’antimacedone Eucrate, volle decretare misure a dir poco gravi per chi avesse osato attentare alla libertà della città. Viene addirittura decisa l’assoluzione a priori per gli uccisori degli aspiranti tiranni e vengono decretate la confisca dei beni e la perdita dei diritti civili per il membro del consiglio dell’Areopago che, una volta caduta la democrazia, avesse continuato ad esercitare il suo ufficio. Eucrate, nel 322 a.C., a conclusione della Guerra Lamiaca, trovò la morte per mano dei soldati di Antipatro insieme ad altri esponenti del suo gruppo, come Imereo del Falero, Aristonico di Maratona e, soprattutto, i più noti e autorevoli Iperide e Demostene. Le due stele, in un connubio perfetto tra testo e immagini, diventavano monito costante per i membri dell’Areopago e per i cittadini, spingendo tutti a mobilitarsi in difesa della democrazia.

Il provvedimento ha posto numerosi interrogativi e generato interpretazioni spesso discordanti tra gli studiosi. C’è stato chi l’ha inteso come misura volta a limitare il potere dell’Areopago, che in molti ritenevano vicino a Filippo; chi vi ha visto un attacco a Demostene, che aveva favorito il potere dell’Areopago; chi un mezzo per Atene per rivendicare la propria autonomia di fronte a Filippo; chi uno strumento per tutelare l’Areopago da ogni pressione esterna o per proteggerlo da un eventuale attacco dei filomacedoni; chi un modo per gli Ateniesi per dimostrare la loro lealtà a Filippo, affermando, attraverso una legge, che, in linea col trattato di Corinto, non avrebbero tollerato alcun mutamento costituzionale nella loro città; chi una misura propagandistica tesa o a esaltare la tradizione antitirannica ateniese o a dimostrare a tutti i Greci che Atene era in grado di difendersi dai governi tirannici imposti da Filippo in numerose città greche dopo la vittoria di Cheronea. È probabile, secondo le ultime suggestioni degli studiosi, che la legge di Eucrate potesse avere un’eco ben più ampia. Oltre agli Ateniesi, destinatari del messaggio potevano essere anche quanti tra i Greci continuavano a vedere nella polis attica un punto di riferimento, subendone inevitabilmente l’influenza. In questo senso il provvedimento ammoniva tutti a guardarsi dalla tirannide e a salvaguardare con ogni mezzo la democrazia. Si trattava di un monito, rivolto agli Ateniesi e a tutti i Greci legati ad Atene, a non fidarsi della politica di Filippo e dei suoi sostenitori. Tale monito poteva trovare maggiore sensibilità tra Arcadi, Achei, Elei, Fliasi e Tessali, con i quali Atene, oltre vent’anni prima, aveva stipulato delle alleanze sancite da un giuramento che prevedeva aiuto reciproco in caso di abbattimento della democrazia e di imposizione di una tirannide.

Anita Malagrinò Mustica

Nata a Venezia, ma costantemente in viaggio per passione e lavoro, studia Lettere Classiche a Bari. Sognando di poter dedicare la sua vita alla ricerca e all’insegnamento, ha collaborato e collabora con varie realtà editoriali, scrivendo per diverse riviste di divulgazione scientifica e culturale. Appassionata di teatro e di poesia, porta avanti numerosi progetti performativi che uniscono i due ambiti.