CinemaPrimo Piano“La isla mínima” di Alberto Rodríguez: una storia di transizione

Nadia Pannone Nadia Pannone29 Gennaio 2020
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Tra i nomi più interessanti dell’attuale panorama cinematografico spagnolo, spunta senza dubbio quello del regista sivigliano Alberto Rodríguez Librero che, a partire da 7 vírgenes (2005) e Grupo 7 (2012), è riuscito immediatamente ad attrarre l’attenzione del pubblico e delle giurie. In particolar modo, La isla mínima (2014) ha conquistato totalmente quella del Premio Goya, trionfando in ben dieci categorie – compresa quella di miglior film, regia, sceneggiatura e attore protagonista.

Ci troviamo, qui, di fronte a quello che sembrerebbe un film di genere; un thriller classico che vede protagonisti due detective di città che si recano in un misterioso paesino per indagare sui brutali omicidi di (belle) adolescenti. Una trama, di certo, che non spicca per originalità e che, a dire il vero, non regala grossi stravolgimenti o colpi di scena alla maniera hollywoodiana. Quello che incuriosisce, dunque, non è il cosa ma il come; ovvero l’abilità del regista di fondere l’indagine e la risoluzione del caso con il contesto storico del film e, soprattutto, con il territorio; fino a farne un corpo inseparabile.

La storia, di fatti, prende piede nel 1980 alle foci del fiume Guadalquivir, nel profondo sud della Spagna. Il villaggio, scenario degli inquietanti crimini, è fatto di case isolate e fatiscenti, disseminate lungo immense distese che alternano la steppa alle paludi. Proprio la palude, costantemente al centro della scena, sembra essere l’elemento attorno a cui ruota l’intero film, sia da un punto di vista prettamente estetico – basti pensare alle splendide inquadrature aeree che la mostrano simile a un labirinto, o a un sistema nervoso – sia da uno contenutistico. Il paesaggio in questa pellicola, infatti, non è solo uno sfondo ma un vero e proprio personaggio e diventa metafora dello stato mentale del paese in una determinata fase storica, quella della transizione tra il lungo periodo della dittatura franchista e l’avvento della democrazia. La Spagna, letteralmente impantanata in un momento di mutazione, tenta qui di chiudere le porte all’oscuro – e recente – passato, desiderosa di guardare a un futuro più liberale e trasparente ma, al contempo, gli echi della tirannia risuonano ancora troppo intensamente per permetterle il totale riscatto. Tale contrasto, oltre che a riflettersi negli atteggiamenti omertosi degli abitanti del villaggio, trovano una personificazione nelle figure dei due detective. Pedro (Raúl Arévalo), con il suo atteggiamento freddo e cinico nei confronti del passato e dei suoi simboli, simboleggia la nuova Spagna; mentre Juan (Javier Gutiérrez Álvarez), più anziano e dal carattere istintivo e violento, porta dentro di sé i resti di un’attitudine sviluppata lungo gli anni del totalitarismo quando, all’interno del Corpo di polizia armata franchista, torturava e sterminava gli oppositori del regime, aggiudicandosi il soprannome di “corvo”.

La divergenza tra i due protagonisti, palese nei modi e approcci totalmente antitetici, andrà sempre intensificandosi nel corso della pellicola fino ad arrivare a un momento finale di confronto; eppure non ci sarà mai l’esplosione violenta verso cui il film sembra averci voluto indirizzare fino a quel punto. Il motivo è, probabilmente, lo stesso per cui non assistiamo a eclatanti colpi di scena da genere thriller, e la rivelazione dell’assassino ci lascia pressoché indifferenti: l’interesse del regista non è tanto quello di focalizzarsi sulla storia – seppur sempre carica di tensione, basti pensare all’inseguimento notturno – ma di mostrare come, durante un’indagine che procede in maniera lenta e sistematica, possa venir a galla il marcio ancora presente sotto l’epidermide di un paese che cerca con difficoltà di liberarsene. Ecco, allora, che la palude è immagine perfetta di tale condizione: omertà, corruzione e violenza; sentimenti celati ma che pullulano nel sottosuolo, così come l’acqua delle paludi – apparentemente deserte – nascondono un’infinità di insidie. «Anche se non vedi nessuno, qualcuno ti sta guardando» afferma Rodríguez: nel villaggio, infatti, tutti guardano ma nessuno parla. Chiunque può sbucare improvvisamente alle spalle minacciandoti con un coltello e scappare via sembra impossibile, se non attraverso la morte. Un’inquietudine riflessa – anche grazie alla vivida fotografia di Álex Catalán – nell’acqua stagnante, il paesaggio brullo, il caldo afoso e l’acqua scrosciante; immagini così dense da sentirle sulla pelle.

Distribuito in Italia da Movie Inspired, La isla mínima – che ricorda a più riprese la ben più nota prima stagione di True Detective di Pizzolatto, anch’essa del 2014 – non apre le porte a un futuro limpido per i protagonisti, né tanto meno per la Spagna. Nuovi dubbi arrivano ad attanagliarci proprio quando il nodo sembrava essersi dipanato. Un assassino è stato smascherato, ma quanto altro è ancora taciuto? Quanto senso di giustizia e quanto, invece, di sadismo si cela dietro le gesta di chi dovrebbe rappresentare la legge? Non c’è bene né male, ma solo un groviglio di fango: l’acqua cerca di fluire ma la terra la intrappola, proprio come in una palude.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".