ItinerariPrimo PianoLa (in)sostenibile leggerezza del turismo

Avatar Penelope Filacchione19 Giugno 2019
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Quante visualizzazioni ha ricevuto il video dell’incidente nel canale della Giudecca a Venezia? Tante, ma poi la notizia viene dimenticata e il problema resta: come proteggere questa fragilissima e meravigliosa città dai mostri a motore che ne accelerano l’erosione dei fondali?

In realtà la domanda dovrebbe essere un’altra: come possiamo proporre un turismo di qualità, distribuito sul territorio, che ne abbia rispetto?

Non è questo il luogo per una denuncia degli interessi milionari che cannibalizzano le mete turistiche, ma per quante strategie e analisi politiche si possano mettere in campo esistono delle dinamiche psicologiche che vale la pena di analizzare.

Il viaggio è di per sé conoscenza e, non a caso, la parola turismo deriva da quei viaggiatori del Grand Tour che già nel XVIII secolo venivano nel nostro paese a completare la propria formazione culturale.

La conoscenza si basa però prima di tutto sul ri-conoscere, vale a dire sull’individuare alcuni punti chiave sui quali posare le basi di un’esperienza nuova.

Per fare un esempio applicato al viaggiare: quanti di noi sarebbero disposti a visitare Parigi senza gettare uno sguardo alla Tour Eiffel? Roma è pensabile senza Colosseo, San Pietro, Fontana di Trevi? E andremmo ad Atene senza vedere il Partenone?

Quando visitiamo un luogo sentiamo il bisogno di confermare a noi stessi di essere esattamente in quel luogo, cercando prima di tutto quegli elementi di un paesaggio che potremmo definire archetipico: qualcosa che corrisponda all’immagine mentale che ne abbiamo, che appaghi il desiderio tanto a lungo coltivato di compiere quel viaggio.

Non è possibile chiedere a un viaggiatore di non visitare i suoi luoghi simbolo: la loro permanenza è rassicurante. Ogni volta che ci meravigliamo davanti a una piramide, ogni volta in cui ci commuoviamo in una cattedrale gotica, quel passato capace di dialogare con il nostro presente ci conforta sulla durevolezza del genere umano.

Dopo l’attentato dell’11 settembre il mondo fu invaso di immagini dello skyline di New York improvvisamente deturpato, privato di quegli elementi qualificanti che pure avevano solo pochi anni rispetto la stessa città (erano del 1973).

Il mondo intero ha pianto per la perdita della guglia di Notre Dame, altro elemento simbolo di Parigi da Victor Hugo alla Disney.

Esistono immagini così potenti nel fissarsi nella memoria, così fotogeniche che intorno a esse è possibile costruire un racconto pur senza aver mai visto quei luoghi.

La stessa Londra di Sherlock Holmes funziona benissimo anche perché Conan Doyle scrisse i primi romanzi senza mai averla visitata, ambientando le avventure del detective sulla base di una mappa della città: riuscì a creare un’immagine talmente archetipica di Londra che migliaia di turisti ogni anno si recano in pellegrinaggio a Baker Street e si avventurano a cercare il brivido nei sordidi vicoli di un West End ormai inesistente. Potenza dello story telling!

Dato che sul nostro pianeta esistono luoghi simbolo imprescindibili per il viaggio, di cui è impensabile impedire la visita, allora si pone il problema di come regolare e distribuire il flusso turistico in quei luoghi, possibilmente creando un’esperienza tale da far crescere il desiderio di tornare e magari visitare qualcosa dei dintorni, avventurandosi da Venezia a Padova, da Roma a Tivoli, da Pompei a Stabia.

Per farlo è necessario creare una rete territoriale reale e mentale tra i luoghi, costruendo una narrazione che utilizzi tutti gli strumenti possibili adatti a ogni tipo di pubblico: operazione quanto mai complessa nell’epoca del turismo tutto-il-Mediterraneo-in-una-settimana ma che è sempre più urgente affrontare.

La necessità non deriva, come pensano in molti erroneamente, solo dal fatto che il turismo può essere il petrolio del nostro Paese. La sostenibilità del turismo implica non solo infrastrutture: sono necessarie accoglienza, consapevolezza del territorio, partecipazione, collaborazione e visione identitaria. Solo in questo modo, accanto a una rete infrastrutturale comunque indispensabile, si costruisce uno sviluppo etico, che coltivi la diversità come ricchezza.

Questi sono gli ingredienti del turismo sostenibile: un turista è solo un essere umano in viaggio, sta a noi renderlo rispettosamente partecipe del mondo che attraversa.

Anni fa, durante una visita al Museo Archeologico di Atene, assistetti a una situazione curiosa: i custodi del museo permettevano la fotografia delle opere, ma non di farsi fotografare davanti le medesime. L’idea era quella di proteggere il monumento in quanto storia (manere-monere, restare per insegnare), evitando di farne il soggetto passivo di atteggiamenti ridicoli.

In epoca di selfie, dove l’IO è il soggetto principale e ossessivo di ogni scatto, quello dei custodi museali ateniesi (e, suppongo, della direzione museale) mi sembrò un comportamento davvero contro corrente: non so se oggi persistano o se si siano piegati alla logica dei social media, ma all’epoca trovai encomiabile questo tentativo di educazione del turista.

Queste riflessioni in ordine sparso vogliono aprire una serie di articoli che trattino il turismo sostenibile sia dal punto di vista delle dinamiche ideali, sia in maniera pratica, costruendo uno story telling.

La parola narrata permette di superare la difficoltà logistica del viaggio, di connettere fra loro luoghi fisicamente lontani, di creare una geografia della mente che sia anche geografia di viaggio.

Per un turismo che non sia insostenibilmente leggero – inconsapevole e distratto – ma che attraversi con passo leggero questo nostro pianeta.

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Penelope Filacchione

Storica dell’arte, curatrice, gallerista, docente universitaria, divulgatrice, guida turistica abilitata. Approfondisce il turismo sostenibile sia scrivendone sia ideando viaggi. Redattore e autore per le ormai storiche Guide di Archeo. Fa parte della UNIT Arte Cultura con Trasporto della Link Campus University che sarà presente a Parma 2020.