Il pugliese Corrado Giaquinto fu il principale rappresentante del rococò a Roma della prima metà del Settecento, il quale si distinse per l’estremo garbo e per lo stile intriso di sottigliezze formali tanto che la sua opera fu un punto di riferimento per diverse generazioni di pittori spagnoli. Nel 1753, tre anni dopo aver eseguito la pala d’altare per la chiesa romana della SS. Trinità degli Spagnoli, commissionata da re Ferdinando VI di Spagna (1746-59), venne chiamato a Madrid proprio da quest’ultimo, il quale lo nominò primo “pittore di Camera” per dirigere ed eseguire le decorazioni del Palazzo Reale e degli altri palazzi di corte. Sebbene arrivasse a occupare un posto precedentemente tenuto da nomi di grande prestigio quali Louis Michel Van Loo e Amigoni, il successo non tardò ad arrivare e lo portò a ricoprire il ruolo di Direttore della Real Accademia di Belle Arti di San Fernando e Direttore artistico della Fabbrica reale di arazzi di Santa Bárbara.
Per il Palazzo Reale, re Ferdinando gli commissionò personalmente un dipinto che potesse trasmettere l’immagine della dinastia borbonica come restauratrice di giustizia e pace; pertanto Giaquinto realizzò una grandiosa allegoria raffigurante le due virtù.

In questa ariossissima opera dai cromatismi cangianti e luminosi, due donne sontuosamente vestite e sedute su nuvole rappresentanti la Giustizia e la Pace si abbracciano e avvicinano i loro volti quasi a volersi baciare, motivo pittorico attraverso cui si poteva esprimere una pace politica o, come in questo caso, alludere alla politica pacifica che caratterizzò il regno di Ferdinando VI. Il dipinto è anche correlato al Salmo 85, in cui viene annunciata la pace eterna tra Dio e gli uomini, che implica l’avvertimento che la pace si consolida anche sulla terra: «Amore e lealtà, pace e giustizia suggelleranno il loro incontro con un bacio. La lealtà germoglierà dalla terra e la giustizia scruterà dal cielo; Dio ci darà benessere, la nostra terra darà buoni raccolti e la giustizia, come messaggera, annuncerà l’arrivo di Dio».
La Giustizia è abbigliata con un luminoso abito – caratterizzato dai toni del verde e del bianco – e un manto dorato, una corona le cinge la testa mentre tiene uno scettro nella mano, manifestazione della sua massima autorità. La sua raffigurazione appare anche ispirata alla Giustizia Divina, simboleggiata dalla colomba bianca dello Spirito Santo. Sono inclusi anche i suoi attributi usuali che alludono alle sue caratteristiche più essenziali, come lo struzzo (allusivo dell’equità per la simmetria e la conformità delle sue piume); caduti a terra vi sono un fascio di verghe con scure e una colonna ai suoi piedi, che simboleggiano severità e fortezza; accanto ad essi, una spada che si riferisce alla separazione tra bene e male, identificata attraverso l’equilibro della bilancia, la quale serve a soppesare gli atti. Questi simboli sono a terra perché la Giustizia ha fatto il suo dovere e ha sconfitto la Discordia o la Guerra, personificata nella figura distesa in basso a sinistra, circondata dagli elementi dell’armatura. Verso questa disgraziata figura, un puttino dirige una delle sue frecce. Dietro ad essi, davanti al tempio della pace, si vedono altri due puttini che sventolano con un mantice il fuoco che serve a bruciare l’armatura. Essi dunque cercano di eliminare ciò che resta della Guerra, sconfitta dalla Giustizia. Probabilmente, la guerra a cui si allude è quella di successione condotta sotto il regno del padre del re, Filippo V.
La Pace, abbigliata con una luminosa veste bianca e rosa, tiene nella mano sinistra un ramoscello d’ulivo; trasmette l’idea che la pace è effetto della giustizia e si traduce in benessere e prosperità, simboleggiati dal corno dell’abbondanza ai suoi piedi, dalle spighe di grano tenute dai puttini e dai frutti dell’albero che alcuni di essi raccolgono. Attraverso l’agnello e il leone, simboli di mitezza e forza, si esprime anche l’annuncio della venuta di Dio a cui fa riferimento il Salmo sopra citato, poiché alludono a Cristo come Leone di Giudea e “Agnus Dei”, colui che apre il Libro dei Sette Sigilli nell’Apocalisse di San Giovanni, dando così inizio al Giudizio Finale. Attraverso questa mescolanza di un’allegoria profana con riferimenti religiosi, il regno di Ferdinando VI viene nobilitato, confrontandolo con il Regno di Dio. L’opera è firmata sulla colonna che appare distesa a terra al centro della tela. Di questa composizione ci è pervenuto anche il bozzetto preparatorio che si conserva nell’Indianapolis Museum of Art.

Di quest’opera esiste un’altra versione con alcune varianti, realizzata da Giaquinto per la sala del Consiglio della Real Accademia di Belle Arti di San Ferdinando. Di diverso formato, quasi un quadrato perfetto, questa tela presenta le due allegorie del tutto identiche alla precedente versione, con tanto di attributi iconografici. Ciò che cambia, invece, oltre ai toni decisamente più freddi, sono gli oggetti e i personaggi raffigurati intorno alle due protagoniste. Colei che salta subito all’occhio e che più di ogni altro elemento caratterizza questa tela è la figura della morte, con una spada in mano e l’altra protesa verso le due virtù, assente nel dipinto del Museo del Prado: è la Giustizia rigorosa di cui parla Cesare Ripa nella sua Iconologia.

Siamo di fronte alla raffigurazione della Giustizia che non perdona, che ignora le qualità di ogni uomo durante l’esecuzione della sua sentenza, e che – proprio come la morte – non ha età, né sesso. La vista spaventosa di questa figura ammonisce il popolo al rispetto della legge, sottolineando che la Giustizia, essendo rigorosa, non può interpretare con leggerezza le norme. In questa versione, dunque, la Giustizia non ha ancora compiuto il suo dovere, in quanto è assente la figura della Guerra ormai sconfitta, e per questo sembra corretto interpretare tale figura come una sorta di avvertimento, volto a ribadire che – qualora ce ne fosse bisogno – per stabilire la Pace nel regno di Filippo VI si adopereranno metodi severi e rigidi.

Anna D’Agostino
Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".