Hanno già preso avvio le iniziative per celebrare il cinquecentenario della morte di Raffaello. Il momento cruciale sarà rappresentato dalla grande mostra, una delle più importanti a livello internazionale, che verrà inaugurata il 5 marzo 2020 presso le Scuderie del Quirinale. E proprio per “salutare” come si deve La Fornarina, che presto lascerà Palazzo Barberini per partecipare all’esposizione in questione e ad un’altra a Londra che si terrà in autunno, le Galleria Nazionali Barberini Corsini hanno deciso di dedicare tre giornate di studi, indagini e approfondimenti al celeberrimo ritratto del pittore urbinate, uno dei quadri più iconici di Raffaello nonché uno dei simboli del museo.

Martedì 28, mercoledì 29 e giovedì 30 gennaio 2020, i visitatori hanno gratuitamente (previo acquisto del biglietto) avuto l’opportunità di osservare gli esperti al lavoro sul dipinto, scoprire i segreti dell’opera ed osservarla come mai prima d’ora: a distanza eccezionalmente ravvicinata e al di fuori della cornice con climaframe e vetro nella quale è solitamente racchiusa. Alle ore 11:00 di tutte e tre le giornate, nella sala 7, al piano terra del Palazzo, i curatori ed i restauratori del museo hanno incontrato i visitatori spiegando loro la storia del dipinto ed illustrando la sublime tecnica utilizzata dal maestro. Contemporaneamente, squadre di esperti che si sono alternati nel corso dei tre giorni, lavoravano sotto gli occhi curiosi ed assetati di conoscenza degli spettatori.

La prima giornata è stata dedicata ad un’acquisizione fotogrammetrica Gigapixel+3D del dipinto, realizzata dal team di “Haltadefinizione” di Franco Cosimo Panini con il supporto delle tecnologie di digital imaging della società partner “Memooria”, nell’ambito dell’accordo stipulato con le Gallerie nel 2019. Utilizzando la tecnologia della ripresa in Gigapixel, gli esperti hanno scattato innumerevoli immagini, unendo più macrofotografie di dettagli di uno stesso soggetto così da acquisirne il maggior numero possibile di forme e colori. Il tutto porterà infatti alla realizzazione di un «modello 3D di altissima qualità e di elevata risoluzione, che permetterà di mappare la forma dell’oggetto finanche di ogni singola pennellata con una precisione nell’ordine di decine di micron e potrà essere impiegato sia per il monitoraggio dello stato di conservazione dell’opera (verrà fatta una comparazione tra prima e dopo il restauro, l’ultimo dei quali risale al 2000), che per la diffusione e la valorizzazione dell’immagine di Raffaello», dichiara Luca Ponzio, co-fondatore di “Haltadefinizione”. Il modello in 3D sarà reso possibile grazie al fatto che le riprese della campagna fotogrammetrica hanno interessato non solo il fronte, ma anche il retro e le parti laterali della tavola.

Mentre la “Fornarina” diventava la “modella” di un servizio fotografico, tra flash e fotocamere avveniristiche che le giravano attorno, Chiara Merucci – responsabile del laboratorio di restauro di Palazzo Barberini – inaugurava l’evento con un discorso introduttivo circa gli esiti di tali rilievi fotografici. Tra le curiosità raccontate dalla dott.ssa ai visitatori, la presenza di un paesaggio fluviale di stampo leonardesco sullo sfondo, già emerso dalle indagini eseguite nel 1983 quando – in occasione del centenario della nascita di Raffaello – sono state effettuate delle radiografie. Interessante, inoltre, la notizia tale per cui il maestro non si avvalse di alcun disegno preparatorio, ma lavorò a mano libera sulla tavola, cercando lui stesso l’immagine sul supporto, da grande disegnatore quale era. «Per questo diventa ancor più importante sapere cosa c’è effettivamente nei colori» sottolinea la dott.ssa Merucci, la quale rivela altresì un ulteriore particolare che riguarda l’armilla sul braccio. Compare in quella zona un leggero slabbramento del colore, il che suggerisce che il maestro lavorò talmente intensamente da non aver nemmeno voluto attendere che il colore si asciugasse, ottenendo l’effetto oggi chiamato “wet on wet”. Il cielo, infine, è stato realizzato in due stesure successive: la prima avvalendosi di colori a base di rame (ipoteticamente azzurrite), la seconda in lapislazzulo, il cui numero atomico è troppo basso per essere rilevabile in XRF, ma lo si deduce incrociando il dato con la riflettografia in falso colore da cui si ottiene una risultante violacea, tipica del lapislazzulo. Tale colore, svela ancora una volta la dott.ssa Merucci, è presente anche sull’armilla e sul turbante, che è stato dipinto alternando fasce di azzurrite e gialli a base di ocre e invertendo i colori così da giocare su contrasti di luci ed ombre.
Subito dopo è seguito l’intervento di Alessandro Cosma, professore associato di Iconografia e iconologia presso l’Università La Sapienza, nonché conservatore delle Gallerie Nazionali, il quale ha condiviso con l’uditorio la storia del dipinto. La prima associazione del nome “Fornarina” a questo quadro risale al 1700, quindi duecento anni dopo la sua realizzazione, andandosi ad inserire in una serie di storie che già ruotavano attorno alla figura di Raffaello. Le fonti riportano che egli nutriva una vivace passione per le donne e che forse morì proprio a causa di questo; tuttavia pare ci fosse una donna, in particolare, che egli amava più delle altre. Vasari narra che quando il pittore stava lavorando a Villa Farnesina, smise di dipingere a causa di una donna, tanto che Agostino Chigi dovette trovargli una stanza nel Palazzo così che il maestro potesse terminare il lavoro. Esiste peraltro una postilla proprio al trattato Le Vite del Vasari, continua il dott. Cosma, tale per cui il nome Margherita venne all’epoca associato a questa donna. Da allora ha iniziato a prender forma l’idea che la giovane rappresentata fosse l’amata di Raffaello, forse la Margherita della succitata postilla. Il nome “Fornarina” compare tra l’altro in un’incisione del quadro e a tale termine sono stati attribuiti vari significati. Da un lato è legato alla professione della meretrice (Fornarina come forno), dall’altro è correlato alla presenza nel quartiere di Trastevere di una tale Margherita Luti, che si ritirò in convento proprio nel 1520 (l’anno di morte di Raffaello), figlia di un Francesco di Siena che di professione faceva appunto il fornaio. Da qui la parola Fornarina ha acquisito un altro significato, rispondente dunque all’idea romantica di una storia d’amore che vedeva coinvolti Raffaello e questa fanciulla. Nell’800 tutti questi punti si unirono; quel che è certo, è che tale storia ha contribuito a costruire la fortuna del quadro che, in effetti, presenta qualcosa di diverso rispetto alle altre opere di Raffaello, in primo luogo l’armilla sul quale il pittore ha apposto il proprio nome, quasi a voler indicare che quella donna fosse di sua proprietà. Se poi si unisce a questo particolare il fatto che tale volto compare in altri quadri di Raffaello e la presenza dell’anello, infilato all’anulare della Fornarina, non appare del tutto improbabile l’ipotesi che fra i due potesse esserci un legame molto stretto. Il dott. Cosma rivela infine un’ultima curiosità proprio circa l’anello: sulla pietra è stata rilevata, già nelle indagini degli anni ’80, una pennellata di incarnato, a dimostrazione che ad un certo punto il gioiello venne cancellato per poi ricomparire in seguito. Ovviamente, il “quando” non è dato saperlo.
Fra il pubblico era presente anche Lorenza Mochi Onori, che dal 1982 al 2003 è stata Direttore dell’allora denominata Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini.
Il secondo e terzo giorno sono invece stati dedicati ad una campagna di scansione macro della Fluorescenza dei Raggi X (MA-XRF), a cura di “Emmebi diagnostica artistica” e “Ars Mensurae” con l’ausilio di strumenti messi a punto nell’ambito del Progetto MU.SA. (Multichannel Scanner for Artworks), in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Università Roma 3 e La Sapienza – Dipartimento di Scienze di Base e Applicate per l’Ingegneria. L’XRF Mapping consente di individuare i pigmenti di origine minerale e questo permette agli esperti, incrociando i dati, di farsi un’idea sempre più chiara di come Raffaello dipinse il quadro. Tali analisi hanno lo scopo di fornire immagini ad alta risoluzione degli elementi chimici presenti sul dipinto, punto per punto, fornendo cioè vere e proprie immagini della distribuzione dei singoli elementi chimici rilevati. La raccolta di simili informazioni offre ampie ed inedite possibilità di conoscenza sulla natura dei pigmenti (i materiali di cui Raffaello si avvalse per creare i pigmenti stessi), sulle tecniche pittoriche e sullo stato di conservazione delle opere.
I dati raccolti in questi tre giorni saranno offerti alla comunità scientifica e, se emergeranno esiti particolarmente significativi, questi verranno pubblicati sul sito delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini. Dunque, non dobbiamo fare altro che restare aggiornati.

Martina Scavone
Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.