LetteraturaPrimo PianoLa fine dell’anno: Alfred Tennyson, Thomas Hardy e Jorge Luis Borges a confronto

Lucia Cambria30 Dicembre 2019
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«The old year lies a-dying» («il vecchio anno giace morente»): così Alfred Tennyson, nella poesia The Death of the Old Year (1842) dipinge l’anno che sta per andarsene, come un uomo in fin di vita. Gli ultimi sgoccioli dell’anno sono vissuti dal poeta come un momento di estremo cordoglio, in cui quest’uomo moribondo, emaciato e con gli ultimi sprazzi di esistenza a disposizione, viene pregato di restare ancora: «Old year you must not die» («vecchio anno, non devi tu morire»). L’imminente fine dell’anno è equiparata alla dipartita di una persona inferma, attorno alla quale si veglia per accompagnarla fino all’ultimo battito di palpebre. Tennyson, per descrivere la “morte” dell’anno, offre un quadro altamente realistico e, nonostante tutta la poesia sia una continua richiesta di rimanere ancora, non appena il soffio della vita abbandona quel corpo, il poeta è subito pronto a prenderne le distanze e ad accogliere il nuovo visitatore che si è già presentato sulla soglia della camera, rappresentante, ovviamente, il nuovo anno: «A new face at the door» («un nuovo volto alla porta»).

Alcuni anni dopo, nel 1850, nella raccolta poetica più famosa di Tennyson, In Memoriam, viene inclusa un’altra poesia avente come tema, ancora una volta, la fine dell’anno vecchio e l’arrivo di quello nuovo. La poesia è Ring Out, Wild Bells, inclusa nell’elegia scritta in onore dell’amico Arthur Henry Hallam, tragicamente e improvvisamente scomparso all’età di ventidue anni. Le “campane selvagge” sarebbero quelle del campanile della chiesa che vengono suonate alla vigilia del primo giorno dell’anno. Si tratta di un’antica usanza inglese che serve a salutare l’anno che finisce e quello che sta per iniziare. La poesia, così come tutte le altre composizioni contenute in In Memoriam, è un invito a trarre conforto dal dolore. Il poeta intende mettere da parte le tristezze per sperare nell’imminente futuro. Il rumore delle campane è udito per tutta la poesia: le stanze iniziano tutte infatti con «ring out», facendo risuonare tra le strofe lo stesso scampanio che il poeta deve aver sentito e che deve avergli fornito l’ispirazione.

Un altro poeta che ha descritto la fine del vecchio anno è Thomas Hardy. La sua poesia, The Darkling Thrush, è ancora più significativa perché non solo venne scritta alla fine dell’anno, ma anche alla fine del secolo, alle soglie del Novecento. Tutto attorno al poeta sta per imboccare la via del declino, persino lui stesso, costretto a poggiarsi ad un cancello dopo aver attraversato la foresta. “Darkling” dà l’idea di qualcosa che si sta per affievolire e che sta per sprofondare nel buio. Il tordo però funge da contrasto, perché col suo canto, udito all’improvviso dal poeta, trasmette speranza, gioia e, soprattutto, l’idea del cambiamento. Sotto questo punto di vista, allora, il titolo della poesia può essere inteso come un efficace ossimoro.

Il secolo che volge al termine è personificato e viene descritto, come ha fatto Tennyson con l’anno vecchio, come se fosse un cadavere: «The land’s sharp features seemed to be / The Century’s corpse outleant» («I duri tratti del paesaggio / Sembravano il cadavere del secolo disteso»). Tutto pare perso, assopito, morto. La desolazione è spezzata da quel piccolo volatile che col suo canto annuncia una gioia che egli ben conosce, ma che al poeta è, almeno per il momento, celata. Il tordo sembra suggerire una soluzione al decadimento evidenziato nella prima parte della poesia, in cui l’io poetico utilizza il paesaggio desolato come metafora del declino che vede attorno a sé.

La fine, il cambiamento, la cesura, sono allora i temi maggiormente evidenziati nelle poesie commentate: tutti elementi che fanno naturalmente parte dell’esistenza umana. A questo proposito, un altro poeta – stavolta argentino – ci offre un’altra chiave interpretativa e un’altra prospettiva circa il tempo che passa, nella poesia Final del año (Fine d’anno, 1923). Per Jorge Luis Borges «i dodici e irreparabili rintocchi» sono sì tappe del mutamento e dell’inevitabile divenire, ma la soluzione alla drammaticità di questo momento viene data mettendo in risalto ciò che invece non può mai mutare: «malgrado siamo / le gocce del fiume di Eraclito», cioè qualcosa che è in continuo fluire, l’essenza vera dell’io si conserva «immobile».

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.