LetteraturaPrimo PianoLa filastrocca e le sue origini

Ludovica D'Erasmo9 Luglio 2019
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Il primissimo, primordiale, approccio che l’uomo ha intrapreso con la finzione letteraria, lo ha avuto sperimentando la poesia. Una naturale inclinazione del genere umano a creare un mondo fantastico, attraverso il quale riportare emozioni, idee, sentimenti, traducendo in suoni e parole l’universo intero. Un veicolo di storie inventate, aneddoti, episodi realmente accaduti,  intessuti con ritmo e musicalità. È questa la poesia che nasce agli inizi della storia del mondo,  una fitta rete di parole e versi  destinata  a trattenere  e tramandare usanze e tradizioni.  Una poesia che allieta le strade, anima i vicoli, diletta le piazze e si diffonde attraverso la voce scanzonata e divertita di giullari, saltimbanchi e giocolieri, accompagnata spesso da una melodia festosa e riguardosa.

È qui, tra le note intonate di canzoni e ritornelli, che si fa strada il genere della filastrocca. Un tipo di componimento breve, dal ritmo rapido e cadenzato, con ripetizioni di suoni e parole, tenute insieme dall’effetto rima. Si può dire che nasce con l’umanità stessa e con il suo stesso desiderio di accompagnare la vita, cantando l’esistenza. Si tramanda di bocca in bocca, di madre in figlio, di sorella in sorella; si fila come i fili di un gomitolo, si intreccia nelle case, si intesse intorno a tavole imbandite e si rimbocca di buonanotti.

Una tradizione antichissima, tanto da non riuscire neanche a conoscere l’esatta etimologia della parola stessa. Qualcuno ha ipotizzato che “filastrocca” possa derivare dalla fusione di “filum” – (sequenza, continuo), alludendo alla sequenza di suoni e versi di cui si compone – con una contrazione del termine latino  “istrione” (un tipo di seta).  Altri sostengono che il termine derivi dalla compresenza di due imperativi: “fila” (dal verbo “filare”) e “strocca” (dal veneto “strucar”, che significa spremere, stringere), con riferimento alle due operazioni che si ripetono nella filatura, quella di tirare il filo e poi di stringerlo tra le dita. Ma non finisce qui, la parola filastrocca potrebbe derivare anche da “filatessa”, un particolare tipo di nenia che le filatrici intonavano per accompagnare il loro lavoro.

Qualunque sia la sua origine, questa parola porta con sé un bagaglio di tradizioni che si dividono in un ampio ventaglio di generi, quali cantilene, ninne nanne e scioglilingua, il cui obiettivo è tanto didattico quanto morale, ludico e ricreativo. Quante volte abbiamo cantato la storia della figlia del dottore, o della bella lavanderina? Quante volte abbiamo intonato parole senza senso come “Ambarabà cicci coccò”, o ancora “anglingò panerinerò”, oppure  ci siamo chiesti che cosa ci facessero le tre civette sul comò? Quanti di noi sono ricorsi alla simpaticissima canzoncina dell’anno per ricordare di quanti giorni fossero i mesi (“trenta giorni a novembre, con april giugno e settembre”). Una circolarità di frasi e parole che «come un gioco di specchi, ripropone all’infinito la stessa immagine»: così la critica ha definito la filastrocca.

Una cosa seria, responsabile sin dall’inizio dei tempi anche dell’educazione elementare dei bambini, che non potevano permettersi un’istruzione completa, che vivevano di famiglia ed eventi sociali, che parlavano e capivano soltanto il proprio dialetto. Una finestra, insomma, la filastrocca, che affacciava i suoi cantori sul mondo delle parole difficili e familiari allo stesso tempo, li introduceva nel regno della scienza e della conoscenza, nel patrimonio delle curiosità e della cultura delle società o negli scantinati più remoti in cui si conservavano usanze e credenze, dove si nascondevano anche scongiuri e formule magiche. Una finestra che consegnava alla propria umile casa l’universo intero, e allo stesso tempo portava scanzonata la casa di ognuno in giro per il mondo.

Ludovica D'Erasmo

Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura. I giochi di parole e le rime catturano la sua attenzione. Oggi studia Lettere moderne alla Sapienza e sulla scia di filosofi, scrittori e poeti realizza quello che, da sempre, è il suo grande sogno: scrivere un libro. Da tutto questo nasce "Rimasi". La sua scuola migliore, però, rimane il mondo campestre.