LetteraturaPrimo PianoLa fede nichilista in “Padri e figli” di Ivan Sergeevič Turgenev

Lucia Cambria27 Settembre 2021
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Nel 1862 venne pubblicato per la prima volta, sulla rivista «Il messaggero russo», il romanzo Padri e figli. Il suo autore, Ivan Sergeevič Turgenev, destò un gran scalpore a causa della tematica affrontata nell’opera: il nichilismo, pensiero ateo e rivoluzionario. A causa del polverone sollevato, Turgenev fu costretto a dare delle spiegazioni e a diminuire la propria attività di scrittore.

Nel romanzo egli affronta la questione delle differenze generazionali tra i padri, custodi della tradizione e della morale della nazione, e i figli, rivoluzionari e negatori delle ideologie religiose e sociali. Il libro testimonia una grande sensibilità da parte dello scrittore, il quale avverte il rapido e infausto cambiamento che stava imperversando nel paese e, in particolare, lo scatenarsi di un nuovo concetto letterario e persino di un nuovo termine: “nichilismo”. Bazarov, uno dei protagonisti del romanzo, incarna infatti gli stilemi di questo nullismo, essendo colui «che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». In precedenza, nessuno come Bazarov – giovane studente di medicina, immerso nel suo mondo materialista e positivista – era apparso nella letteratura russa. Questi rifiutava ogni idea riguardante la politica, i valori della famiglia, la gerarchia, l’ortodossia e ogni altro aspetto che riguardasse la società del XIX secolo. Oltre questo, era restio ad accettare persino il concetto di amore, sentimento che però prevarrà, suo malgrado, nel corso della storia.

Il racconto inizia quando Arkadij, appena laureatosi a San Pietroburgo, torna a casa insieme all’amico Bazarov. Nella tenuta del padre di Arkadij vive anche lo zio, Pavel Petrovič, che rappresenta invece il lato conservatore del romanzo. Tra i due nasce fin da subito un conflitto ideologico, che sfocerà addirittura in un duello. La cosa curiosa è che l’evento viene scatenato da motivi di gelosia, poiché Bazarov si trovava in compagnia di Fenečka, la donna verso la quale Pavel nutriva dei sentimenti. Durante il duello il vecchio zio rimane ferito, ma Bazarov gli risparmia la vita.

I due sfidanti in questo duello sintetizzano l’intento e il cuore centrale del romanzo: due generazioni, due diversi modi di vivere si scontrano persino fisicamente e chi viene ferito è il “padre”, il quale è a sua volta figlio, ma di un mondo ormai in via di estinzione. Sebbene così diversi e opposti, entrambi sono pieni di contraddizioni: Bazarov, infatti, nonostante cerchi di sminuire tutto ciò che è sentimentale, rimane vittima emotiva di un amore non appagato e, infine, come si vedrà, vittima delle sue stesse idee. Nel corso della storia e, ancora di più, durante questo ultimo, carnoso e ardente duello, si avverte questa tensione tra innovazione e tradizione, tra nuovo e vecchio.

Il romanzo Padri e figli resta una pietra miliare della narrativa russa e mondiale, non solo per la maestria letteraria ma anche per i temi affrontati, che emergono in modo evidente nel corso della narrazione, in particolare il contrasto tra le generazioni e, nello specifico, dei figli che lottano per distinguersi dai padri. Ma se Bazarov, il protagonista, incarna le idee del nichilismo, allo stesso tempo Turgenev riesce a sovvertire la percezione di questo nuovo che avanza sul vecchio. Il ragazzo – così sembra volerci dire lo scrittore – non può vivere senza ideali che ardono nell’animo e così persino il nichilismo diviene un culto, un credo per il quale si è disposti a dare la propria vita.

E questo sarà proprio il destino di Bazarov. Un giorno, infatti, gli portano un uomo ammalato di tifo che muore subito dopo. Il giovane medico, sempre assetato di conoscenza, decide di effettuare un’autopsia sul corpo dell’uomo, ma si ferisce con un bisturi e si infetta anch’egli di tifo. Morirà di lì a pochi giorni, dopo aver ricevuto con riluttanza l’estrema unzione. In mezzo al dramma troneggia quindi un’amara ironia.

L’ultima scena del romanzo descrive i genitori di Bazarov che si recano a portar fiori sulla tomba del figlio. La riflessione ultima spetta all’autore, il quale si chiede come mai l’amore non sia onnipotente. E sebbene il cuore sotto la terra sia «appassionato, peccatore e turbolento», i fiori che stanno sulla terra testimoniano l’eterno riposo e anche l’indifferenza del mondo: la vita continua a rifiorire.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.