ArtePrimo PianoLa doppia vita di Rodolfo Siviero: una spia travestita da storico dell’arte

Martina Scavone17 Agosto 2019
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Meglio noto come lo “007 dell’arte italiana”, Rodolfo Siviero (Guardistallo, 24 dicembre 1911 – Firenze, 26 ottobre 1983) dedicò la sua vita al recupero e alla restituzione delle opere d’arte italiane razziate dai nazisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, la sua fama non deriva solo dal fatto di esser stato il “Monuments Man italiano” più celebre della storia: questo personaggio controverso si distinse altresì come spia e agente segreto. La sua “carriera” in questo senso iniziò quando venne notato dal SIM (il Servizio Informazione Militare del regime fascista), che decise di inviarlo a Berlino sotto copertura. Il suo incarico ufficiale consisteva nello studiare l’arte tedesca (apparentemente, era un borsista di storia dell’arte); quello ufficioso, però, prevedeva ben altro: spiare il regime nazista per conto dello Stato Italiano, all’epoca non ancora alleato del Terzo Reich. Oltre agli orrori ben più noti di cui Hitler si è macchiato, esiste un altro crimine latente, ma altrettanto insidioso, commesso dal Fürher: la confisca di pezzi unici e immortali della storia dell’arte. Secondo le stime, il corpo militare nazista detto Kunstschutz si appropriò di oltre 500mila opere in tutta Europa. Fu allora, quando venne assoldato dal SIM in qualità di spia, che Rodolfo Siviero si mise una mano sulla coscienza e da esperto e appassionato d’arte quale era prese la decisione di ostacolare come poteva questa razzia senza precedenti. Dunque prese contatti con i partigiani e nel 1943 – dopo essersi schierato con il fronte antifascista – formò a Firenze un’organizzazione clandestina della resistenza con il compito di prevenire e fermare il furto di opere d’arte che avveniva a cadenza regolare nello Stivale. Oltre a lui, aderirono alla missione critici d’arte, estimatori, gente comune che voleva custodire e preservare a ogni costo i preziosi tesori della cultura italiana. Il gruppo passò presto all’azione e grazie alle abilità da spia di Rodolfo riuscirono con successo a intercettare – e persino ad anticipare – molte delle spedizioni naziste. Si ricordino due episodi, in particolare: il salvataggio di statue, disegni e quadri dalla casa di Giorgio De Chirico (il quale era stato costretto a fuggire con la moglie ebrea), portate a Palazzo Pitti e murate in un ripostiglio del museo, nonché l’impresa nella quale riuscirono a sventare il tentativo delle S.S. di impossessarsi di un’opera estremamente ambita dal regime nazista: L’Annunciazione di San Giovanni Valdarno del Beato Angelico. Nonostante i molti successi, però, la strada fu costellata da sporadici fallimenti: nel 1944 Rodolfo Siviero venne catturato dalla Banda Carità, il Reparto dei Servizi Speciali fascisti di Firenze con base a Villa Trieste. Lì venne imprigionato e torturato per confessare i suoi crimini ma resistette senza tradirsi, mantenendo la sua copertura, da buon agente segreto quale era. In seguito venne rilasciato con la complicità di alcuni repubblichini che segretamente collaboravano con gli Alleati.

Il Discobolo Lancellotti in una fotografia dell’epoca

Al termine del conflitto, il lavoro di Siviero era ben lungi dal definirsi completo; tuttavia fu proprio allora che compì l’impresa che fra tutte, probabilmente, lo rese più celebre: la restituzione del Discobolo Lancellotti, diventato per l’appunto il simbolo dell’opera di recupero realizzata dall’intellettuale, nonostante sia stata l’azione di riscatto più difficile e contestata della sua carriera. Infatti questa copia romana di altissima qualità dell’originale greco di Mirone del 450 a.C. non era stata trafugata durante l’occupazione nazista. Hitler l’aveva acquistata nel 1937 dal principe Lancellotti per 5 milioni di lire. Senonché, trattandosi di opera notificata, la sua esportazione dall’Italia era vietata. La ragione per cui il Fürher desiderava tanto ardentemente quest’opera è che rappresentava, nella sua atleticità e nella sua bellezza algida, il prototipo perfetto della razza ariana. Peraltro, nel 1936 la regista Leni Riefenstahl venne incaricata da Hitler di realizzare un’opera cinematografica che fosse, grazie alle immagini dei Giochi Olimpici di Berlino, formidabile strumento di propaganda della razza ariana. La Riefenstahl, affascinata dall’antichità classica, fece “prender vita” alla statua del Discobolo Lancellotti grazie a un escamotage cinematografico: il marmo si trasformava così in un atleta, ariano, impegnato nella rotazione del lancio del disco. Fu allora che Hitler, stregato da quelle immagini, si decise ad acquistare dalla famiglia Lancellotti la statua, che giunse in Germania nel giugno del 1938 solo grazie alle pressioni del ministro degli esteri Galeazzo Ciano. Le richieste di restituzione nel dopoguerra per le opere che i gerarchi nazisti avevano comprato in Italia prima dell’8 settembre 1943 erano difficili da sostenere. Tuttavia Siviero riuscì a convincere il Governo Militare Alleato che anche questi capolavori erano stati acquisiti dalla Germania illegalmente, grazie alla perversa alleanza tra due regimi tirannici. Perciò, nonostante molte opposizioni, ricorsi giuridici e dopo molti ritardi, il 16 novembre 1948 il Discobolo partì per l’Italia insieme ad altre 38 opere che erano state esportate illegalmente tra il 1937 e il 1943 ed è oggi conservato a Roma, nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

All’indomani della guerra, il problema più grande era capire a chi appartenesse lo sterminato patrimonio strappato al saccheggio nazista da Rodolfo e collaboratori. Una vera e propria missione, resa assai meno impossibile dalle abilità e dalla passione di Siviero, che nel corso delle operazioni aveva catalogato tutto: i nomi delle opere e degli artisti, gli indirizzi dei compratori clandestini e quelli dei legittimi proprietari.

Nel 1945 Siviero venne nominato capo dell’Ufficio recuperi delle opere d’arte. L’anno successivo gli venne affidato dall’allora Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi anche un ufficio interministeriale, per conto del quale avviò delle missioni di recupero in Germania delle opere trafugate all’Italia. Egli svolse tale compito con la perizia e la precisione che lo contraddistinguevano, fino a recuperare oltre 3mila opere d’arte e meritandosi così il pittoresco appellativo di “007 dell’arte”.

Rodolfo Siviero con la Leda e il cigno di Tintoretto alla mostra a palazzo Venezia a Roma, 1951

Rodolfo Siviero morì nel 1983, rimanendo fedele alla sua missione fino agli ultimi anni. Scelse di essere sepolto nella cappella di San Luca dell’Accademia delle Arti del Disegno, istituzione di cui venne nominato presidente negli anni Settanta.

Targa sulla casa nativa di Siviero a Guardistallo (PI)

Oggi è possibile ammirare la sua ampia raccolta di opere d’arte e ripercorrere le sue eroiche gesta visitando la Casa Museo Siviero, sita nel quartiere di Oltrarno a Firenze. Infatti, nel corso del tempo, Siviero era riuscito ad accumulare un’ampia e variegata raccolta di capolavori: reperti etruschi, busti romani, statue lignee trecentesche e quattrocentesche, dipinti rinascimentali e barocchi, bronzetti, terrecotte, suppellettili liturgiche, mobili e soprattutto un nucleo di opere di importanti artisti italiani moderni come Giorgio De Chirico, Giacomo Manzù, Ardengo Soffici e Pietro Annigoni, ai quali era legato da saldi rapporti di amicizia.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.