CinemaPrimo PianoLa dittatura dell’amore: The Lobster di Yorgos Lanthimos

Nadia Pannone Nadia Pannone2 Novembre 2019
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Tra i molti autori europei che negli ultimi anni hanno conquistato Hollywood, c’è senza dubbio il greco Yorgos Lanthimos che, grazie ai suoi lungometraggi Kynodontas (2009) e Alps (2011), aveva conquistato alcuni tra i premi più prestigiosi di Cannes e Venezia, arrivando a stuzzicare l’attenzione dell’Academy. Il suo stile peculiare e l’originalità utilizzata nello studio delle relazioni umani, hanno affascinato grandi nomi, al punto che molti attori Hollywoodiani hanno espresso il proprio interesse a lavorare con lui; basti pensare al cast stellare de Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017) e La favorita (The Favourite, 2018); quest’ultimo tra i film con più nomination agli Oscar nel 2018.

Il primo film a respiro internazionale, prodotto in ben cinque paesi diversi – Grecia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi e Francia – è stato The Lobster (2015), la cui pluralità si riflette nella scelta degli interpreti, con esponenti per ogni paese coinvolto; e nel fatto che ognuno di essi abbia conservato il proprio tipico accento, a sottolineare l’universalità della storia raccontata.

Questa volta Lanthimos – insieme al fedele sceneggiatore Efthymis Filippou – sposta l’attenzione dalle relazioni famigliari a quelle amorose per andare a esaminare delle dinamiche radicate nella collettività, con cui abbiamo avuto a che fare tutti almeno una volta nella vita. In particolare: un individuo può scegliere di rimanere solo? È giusto che il fatto di avere o no un partner costituisca una discriminante nel giudicare il valore di una persona? Sembrerebbe un presupposto assurdo, eppure non veniamo continuamente bombardati da nemmeno troppo velati incoraggiamenti ad “accoppiarci”; sia dalla società, sia da chi ci sta intorno?

Nell’universo di The Lobster, infatti, è assolutamente vietato rimanere single dopo una certa età. David (Colin Farrell), dopo la morte della moglie, si reca in un albergo, dove i single hanno la possibilità di instaurare relazioni amorose entro 45 giorni di tempo. Chi non ci riuscirà, sarà trasformato in animale; come il fratello di David, tramutato in cane. È possibile, inoltre, prolungare il soggiorno cacciando i Solitari: individui che hanno rifiutato di sottostare a tali regole e vivono, per questo, da fuorilegge nella foresta.

Quella simboleggiata dalla direttrice dell’albergo (Olivia Colman) e dal suo personale, è una vera e propria dittatura che ricorda 1984 di George Orwell (1949) e tanta della letteratura distopica scaturita di lì in poi: gli ospiti sono costantemente sorvegliati e disciplinati da regole ferree. Tra le più crudeli, il divieto di masturbazione dopo le giornalieri stimolazioni sessuali da parte degli inservienti: il desiderio insoddisfatto motiverà gli ospiti ad accelerare la ricerca di un partner.

Lanthimos si diverte qui ad approfondire questo concetto esasperandolo fino all’inverosimile e mettendo in scena una realtà distopica che, tuttavia, non riguarda un futuro prossimo bensì il presente. Sarebbe più esatto parlare di realtà parallela; proprio perché non fa altro che palesare una forma mentis regnante nella nostra società, in maniera iperbolica; eliminando i filtri. Quello che ne scaturisce è un ritratto a dir poco grottesco e straniante; così paradossale da risultare comico, ma allo stesso tempo agghiacciante, proprio per la puntualità con cui certe dinamiche vengono analizzate e per la freddezza narrativa e registica – tipica di Lanthimos – con cui anche i sentimenti umani vengono svuotati e dissezionati.

Particolarmente rilevante, a tal riguardo, le recite interpretate dallo staff dell’albergo a sostegno della professata filosofia di coppia: una donna che passeggi da sola avrà più possibilità di essere molestata; eventualità che non potrà verificarsi, al contrario, se la donna è accompagnata da un uomo. Una rappresentazione bizzarra e, al contempo, mostruosa se esaminata in relazione all’ideologia maschilista di base che aleggia tuttora sulla nostra “moderna” società, e che vorrebbe ancora giustificare in qualche modo l’uomo colpevole di violenza sessuale utilizzando come attenuante l’atteggiamento più o meno prudente e/o provocatorio della donna.

Significativo, poi, come nell’esporre la prassi dell’“innamoramento” vigente nell’hotel, venga specificato che, in caso di crisi, saranno affidati ai due compagni dei bambini perché «questo di solito aiuta molto»; un’altra raffinata e pungente allusione, questa, all’obbligo imposto dal sistema di dover avere necessariamente dei figli, anche quando non si ha una relazione sentimentale stabile e, anzi, di poterli usare come illusorio strumento di riparazione all’interno di un rapporto ormai sfaldato. Perché, si sa, senza figli – così come senza un partner – si appare automaticamente come dei perdenti.

L’intento di Lanthimos, comunque, non è soltanto quello di scagliarsi contro i dettami che la società attua per orientarci verso una vita che sia il più possibile ordinaria. La sua accusa è, invero, indirizzata verso qualsiasi tipo di forzatura ed etichetta volta a ostacolare la naturale inclinazione dell’essere umano e a negare qualsiasi tipo di sfumatura tra il bianco e il nero. Quando si arriva all’hotel bisogna scegliere il proprio orientamento sessuale: non è possibile dichiararsi bisex, così come non è possibile richiedere un numero intermedio di scarpe.

Presto, comunque, scopriremo che tali imposizioni non riguardano solo l’albergo e quello che esso rappresenta, ma anche la minoranza ribelle. Il protagonista, pur mostrando una certa apatia e indifferenza – caratteristica comune tra i personaggi di Lanthimos, così insensibili da risultare esilaranti – si rende conto di non poter più sopportare una tale follia e decide di unirsi ai Solitari. La situazione, a questo punto, si ribalta ma essenzialmente non cambia: nella foresta, infatti, si deve essere necessariamente single; chiunque verrà sorpreso a intrattenere rapporti amorosi riceverà delle terribili punizioni corporee. Eppure, è proprio qui che David incontrerà una donna (Rachel Weisz), miope come lui, con cui finalmente riuscirà a instaurare un sentimento: ancora una volta, il protagonista non riesce a uniformarsi allo schema nel quale cerca di inserirsi. Tuttavia, il dubbio ci pervade: i due “miopi” sono davvero innamorati, o hanno forzatamente scorto nella loro caratteristica comune una scusante per mettere fine alla propria emarginazione? Così, la domanda implicita alla base della prima parte del film, si estende anche alla seconda: fino a che punto è disposto a spingersi l’essere umano pur di non rimanere solo? Come ogni grande film, The Lobster solleva molti quesiti e fornisce poche soluzioni. Il finale è volutamente aperto; sulla scia delle pellicole più controverse, che per lo stesso motivo vengono idolatrate da alcuni, bollate come furbe da altri.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".