CinemaPrimo PianoLa dissociazione fisica e mentale ne “L’inquilino del terzo piano”

Nadia Pannone Nadia Pannone18 Aprile 2020
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«In quale preciso momento, un individuo smette di essere quello che crede?».

Dopo la parentesi più metodica del noir Chinatown (1974), ne L’inquilino del terzo piano (Le Locataire, 1976) – riadattato dal romanzo di Roland Topor Le Locataire chimérique – Roman Polański, con il supporto di Gérard Brach, torna a mettere al centro del suo interesse la psiche umana. Il terzo capitolo della cosiddetta “Trilogia dell’appartamento” prevede, infatti, ancora una personalità instabile intrappolata in una gabbia casalinga, in balìa delle vessazioni degli altri. Condomini, in questo caso; o semplicemente la figurazione dei propri demoni. In Repulsione (Repulsion, 1965), l’appartamento diventava manifestazione della mente sempre più dissociata della protagonista. La manipolazione delle mura casalinghe, linguaggio attraverso cui il regista si vestiva del corpo di Carol, generando una condizione in cui la scissione tra realtà e allucinazione era impraticabile. L’appartamento, in Rosemary’s Baby (1968), si trasformava gradualmente da luogo sicuro a rifugio del male; parallelamente al grembo di Rosemary, preparato giorno dopo giorno dai malvagi vicini a diventare il giaciglio del figlio di Satana. Anche in questo caso, comunque, non era possibile affermare con sicurezza l’effettiva esistenza di una setta che stesse soggiogando la protagonista. E, d’altronde, nel finale, allo spettatore non era dato osservare con i propri occhi il volto del supposto demonio. Ne L’inquilino del terzo piano, il protagonista si imbatte casualmente – o forse no – in un appartamento che si porta dietro già un presagio di morte: Simone Choule, la precedente locataria, ha infatti tentato il suicidio buttandosi dalla finestra dell’abitazione, finendo in coma; bendata come una mummia. Di certo, non la migliore delle premesse; soprattutto se sommata all’atteggiamento ostico e minaccioso dei vicini.

A differenza delle due precedenti pellicole, centrate sulla psiche di personaggi femminili, questo terzo atto prevede un protagonista maschile, interpretato dallo stesso Polański. Il regista recita, qui, per la prima volta in un suo film. Quali che siano le motivazioni, risulta sempre arduo fare una distinzione tra vita personale e professionale quando si parla della sua opera. Viene automatico pensare che ci sia molto di Polański in Trelkowski, con il quale condivide l’origine polacca e il faticoso processo di assestamento in un paese diverso dal proprio. Più di una volta, nel corso del film, si fa riferimento in maniera sprezzante alla provenienza del nuovo inquilino, insinuando come il suo essere straniero implichi automaticamente un disonore per quello che è, a tutti gli effetti, «un palazzo rispettabile». Oltretutto, l’altra affittuaria vittima delle prepotenze dei condomini è l’unica, oltre al protagonista, a ostentare un accento forestiero. Tuttavia, sarebbe impossibile e oltremodo limitante tradurre le azioni meschine dei vicini come semplici atti di razzismo nei confronti del locatario. L’interesse di Polański si dirige al di là della parete esterna dell’appartamento, così come aveva fatto negli altri due film sopraccitati, puntando al graduale ma inesorabile percorso che un essere umano può intraprendere verso l’oblio.

Abitare nell’appartamento di Simone, infatti, per Trelkowski equivale a scoprire a poco a poco – attraverso di esso – la psiche dell’antecedente inquilina che, anche dopo la sua dipartita, sembra non abbandonare mai davvero l’abitazione: vestiti, accessori, persino parti del suo corpo riempiono ancora lo spazio, penetrando subdolamente nella vita e nella mente sempre più fragile del protagonista. Significativo, a tal proposito, il momento in cui Trelkowski subisce – o inscena? – un furto perdendo i suoi effetti personali ma non quelli di Simone che, al contrario, spiccano ancora di più in un appartamento ormai semivuoto. Ma anche fuori dalle claustrofobiche mura, la situazione non sembra migliorare. Simone è ormai in ogni cosa: nella cioccolata calda al posto del caffè, nelle Marlboro al posto delle Gauloises e nell’incontro con Stella (Isabelle Adjani), al centro del desiderio dell’uomo e – probabilmente – di Simone, prima di lui. Tutto e tutti sembrano spingerlo in questa direzione e così Trelkowski “li accontenta”, portando a compimento la trasformazione e seguendo, implacabilmente, la stessa strada di Simone verso l’autodistruzione fisica e psicologica.

Polański è molto attento a non far pendere mai da nessuna delle due parti quella percezione di indeterminatezza che accompagna l’intera esperienza filmica. Di fatto, intorno al protagonista, sembra davvero prendere piede un perverso complotto e i vicini, perlopiù anziani, ricordano a più riprese i diabolici condomini di Rosemary’s Baby. Il disfacimento psicologico di Trelkowski, invero, potrebbe essere iniziato prima ancora di subire le angherie dei vicini: dall’incontro in ospedale con Simone, o ancora prima; o forse, semplicemente, è sempre esistito. Dal singolare interesse che nutre nei suoi confronti sin dalla prima volta che sente il suo nome, dalla bramosia con cui osserva i suoi vestiti e cosmetici, fino al momento in cui ne riproduce l’aspetto e le mosse; intuiamo che il suo Io abitava quell’involucro solo per necessità, mirando invece ad appropriarsi di quello di Simone.

Tante volte aveva ripetuto ai suoi sospettosi vicini «io sono Trelkowski», eppure è con Stella che si lascia andare, riflettendo sulla relazione tra il proprio Io e il resto del corpo: «Che diritto ha la mia testa di chiamarsi “me”?». L’inquilino ha ormai quasi ultimato il processo di dissociazione: la testa è una parte del corpo come un’altra, non strettamente necessaria, tanto da poter essere associata a un oggetto come la palla. La mente, al contrario, vaga e si materializza in figure sdoppiate, deformate, riflesse, fondendosi con l’appartamento. Quest’ultimo, dopo aver accolto e stimolato il folle cammino di scissione psichica dell’uomo, lo lancia fuori condannandolo e salvandolo – al contempo – da una realtà divenuta ormai inattuabile. La psiche, infettata dalla società e compromessa dal malessere esistenziale, genera un incubo senza fine: una vortice maligno in cui la fine è inizio e viceversa, e ogni azione perde di significato poiché non cambia il corso circolare delle cose. E allora – seppur è inutile, e impossibile, trovare una spiegazione razionale all’iconico e a lungo disquisito finale – questa struttura a spirale, insieme ai numerosi simboli egizi disseminati nel corso del film, ci suggerisce un’infinita e inevitabile perpetuazione del male in cui Trelkowski e Simone, ormai indistinguibili, sono destinati a rimanere in eterno avviluppati.

L’inquilino del terzo piano, visto anche a distanza di più di quarant’anni, non perde neppure un frammento della sua potenza. Polański dosa magistralmente la tensione, velata ma sempre vigente nella prima parte della pellicola, per intensificarsi seguendo gradualmente l’ineluttabile deformazione della mente dell’inquilino – e, letteralmente, di ogni cosa presente nell’appartamento – fino a esplodere nell’urlo conclusivo, perenne e tetro come il male assoluto. Un’opera che permette una disamina sociale, oltre che psicologica, e che – proprio grazie al suo ermetico epilogo – si è fissata come matrice immortale di inquietudine e dubbio: sentimenti che la razionalità non potrà mai domare.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e un buon caffè.