LetteraturaPrimo PianoLa dissezione delle anime nei monologhi drammatici di Robert Browning

Lucia Cambria9 Dicembre 2019
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La letteratura vittoriana vide tra i propri elementi costitutivi la nascita del cosiddetto monologo drammatico, ovvero un monologo in versi, in cui la voce dell’io poetico e quella dell’autore non coincidono: il poeta fa esprimere quindi a questo soggetto i propri sentimenti più reconditi.

Inventore di questo particolare espediente lirico, assieme ad Alfred Lord Tennyson, fu Robert Browning, vissuto tra il 1812 e il 1889. Figlio di una famiglia benestante, ricevette la propria educazione privatamente e si avvalse inoltre dell’immensa biblioteca di famiglia (contenente circa seimila volumi) per edificare le fondamenta della propria formazione. Estremo conoscitore della letteratura inglese, si interessò anche a quella di altri paesi, in particolare di quella italiana, che poté anche leggere in versione originale grazie alle sue conoscenze linguistiche. L’Italia sarà infatti la sua seconda patria in quanto vi si stabilì nel 1842 con la moglie Elizabeth Barrett Browning, anch’ella poetessa; e prima, nel 1838, era stata meta del viaggio fatto quando si stava preparando a comporre Sordello, una delle sue opere più celebri ma anche più complesse e oscure: la biografia immaginaria di Sordello da Goito, il trovatore menzionato anche da Dante nel Purgatorio. E proprio una piega dantesca assumono i suoi monologhi drammatici, plasmati su un modello conforme a quello usato dal poeta fiorentino nella sua Commedia, secondo il quale le persone che Dante incontra narrano una storia in una forma che pare quasi essere una confessione.

Browning dipinge diversi tipi di “attori”: personaggi reali, come i pittori Andrea del Sarto e Fra Filippo Lippi, letterari o totalmente inventati. Ciò che egli mette in risalto è la loro natura teatrale e la loro rappresentazione dell’identità come se si trovassero in una performance scenica, ecco perché la fonte di ispirazione per Browning sono i protagonisti dei drammi, soprattutto quelli rinascimentali.

Il personaggio che “recita” questo monologo esce allo scoperto innanzi al lettore-spettatore, ricerca la sua complicità rivelando i propri segreti, che sono spesso anche delle colpe inconfessate: Browning delinea spesso tratti psichici peculiari e pensieri immorali, con un chiaro riferimento ai monologhi shakespeariani, dei quali quello introduttivo di Riccardo III nell’opera omonima ne è un brillante esempio: «I am determined to prove a villain / and hate the idle pleasures of these days» («Ho deciso di fare il furfante / e di odiare gli oziosi piaceri del giorno d’oggi»), rivela Riccardo al proprio uditorio.

In maniera molto simile, in due dei più celebri monologhi drammatici di Browning, assistiamo a delle confessioni di delitti; in uno molto esplicitamente, nell’altro in maniera velata: ci si riferisce a Porphyria’s Lover e a My Last Duchess. Entrambe contenute nella raccolta Dramatic Lyrics (1842), le due poesie hanno come tema la dichiarazione da parte del protagonista dell’aver compiuto l’assassinio della donna amata.

In My Last Duchess, ambientata a Ferrara, il duca che espone il proprio discorso sta mostrando a un uditorio non ben definito, che si delinea quindi nel pubblico che legge o assiste alla “performance”, i tesori del suo palazzo, tra i quali spicca il ritratto della sua ultima moglie, la sua “ultima duchessa”. Il protagonista del soliloquio non dice esplicitamente di essere l’assassino della consorte, ma cerca con vari espedienti psicologici di ingraziarsi il lettore, mettendogli davanti tutte delle plausibili ragioni che lo hanno condotto a quel crimine. Fornisce però solo delle suggestioni attraverso le quali è possibile risalire alla realtà dei fatti. Ciò che avrebbe infatti spinto il duca a compiere quel gesto sarebbero stati motivi di gelosia e il fatto che «She looked on, and her looks went everywhere» («Ella guardava, e il suo sguardo ovunque andava»); il risultato di ciò è che, a detta del marito, si lasciava trasportare troppo dalle lusinghe: «’twas not / Her husband’s presence only, called that spot / Of joy into the Duchess’ cheek» («non solo / la presenza del marito richiamava quella macchia / di gioia sulla guancia della Duchessa»). Al lettore-uditore non resta che dedurne le proprie conclusioni, le quali, nonostante il velato discorso del duca, appaiono ben evidenti.

Del tutto diverso è invece il procedimento dell’altra poesia, Porphyria’s Lover, in cui il protagonista del monologo drammatico è intento a dare ai lettori un dettagliato resoconto del proprio gesto omicida: confessa, come davanti a un giudice, di aver strangolato quella donna con i capelli di lei. Nonostante la colpa sia ben evidente, anche qui la voce poetica riesce a conquistarsi l’appoggio dell’uditorio, dal momento che fa apparire tutto ciò come un atto giustificato dal fatto che «No pain she felt she» («Lei non avvertì alcun dolore») e che adesso quella fanciulla era ancora più sua di quanto non lo fosse prima. Addirittura afferma quasi di poter godere dell’approvazione divina: «And yet God has not said a word!”» («Eppure Dio non ha detto una parola!»).

Browning ha la particolare dote di condurre, attraverso i suoi monologhi drammatici, una vera e propria dissezione dell’anima dei propri protagonisti, riuscendo in questo modo a catturare il delicato ed estremo momento della messa a nudo dell’io, nel quale il recondito è reso manifesto.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.