LetteraturaPrimo PianoLa “desperatio fiducialis” del buon peccatore Gregorius

Lucia Cambria Lucia Cambria6 Novembre 2019
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Un mito può trovare forma in molteplici versioni e rivisitazioni, così come avvenuto a quello di Edipo, che funse da materia prima per la composizione di Gregorius, il grande poema epico-religioso di uno dei più importanti poeti cavallereschi del medioevo tedesco: Hartmann von Aue. Ministeriale presso una non ben identificata località di nome Ouwe (grafia originaria di “Aue”, da cui deriva il nome “von Aue”, letteralmente “da Aue”), poche notizie biografiche ci sono note: visse tra il 1170 e il 1220 circa e fu educato in una scuola conventuale. Prima di comporre i due poemi ascetici, ovvero il già menzionato Gregorius e Der arme Heinrich (Il povero Enrico), si dedicò all’adattamento di romanzi cavallereschi francesi. Forse in seguito a una profonda crisi religiosa, derivata da una partecipazione a una crociata, con buona probabilità la terza (1189-1192), la sua attenzione si spostò dall’amore mondano a quello di Dio.

E questo amore fu anche espresso tramite la rievocazione di una vicenda completamente fuori dal mondo cristiano, parecchio diffusa tramite sue diverse varianti. Come Edipo, infatti, anche Gregorius si porta inconsapevolmente addosso la colpa di aver preso in moglie la propria madre e, oltre a questo, è anche stato generato dallo stesso peccato, perché nato da una relazione incestuosa tra un principe di Aquitania con la sorella. Proprio per questo motivo, Gregorius era stato esposto dalla madre alle onde, accompagnato soltanto da una tavola contenente la storia delle sue origini e una gualdrappa da lei intessuta. Viene salvato e cresciuto in un convento, designato da Hartmann come il luogo ideale per poter espiare la terribile colpa commessa dai propri genitori. Da adolescente sceglierà però di abbandonare la vita claustrale per le armi: tale particolare è fortemente autobiografico. Una volta partito, Gregorius mette in salvo una donna in pericolo, si innamora di lei e la sposa: si tratta però della madre, la quale a un certo punto sembra riconoscere in lui alcuni tratti familiari, come la fattura della gualdrappa che sembra essere proprio quella che aveva abbandonato assieme al figlio o una “fatta dalla stessa mano”. Solo col ritrovamento della tavoletta la verità viene svelata e Gregorius, annientato dal dolore, si impone allora una dura penitenza, proprio come Edipo che, alle rivelazioni del servo esclama che “tutto è ormai chiaro” e in virtù del fatto che troppo aveva visto, si acceca. Gregorius si fa incatenare a uno scoglio e fa gettare la chiave in mare, trascorrendo così i successivi diciassette anni abbeverandosi solo con dell’acqua che sgorgava dalla roccia. La penitenza ha fine quando due senatori romani gli annunziano che è chiamato a divenire il nuovo pontefice: la conferma miracolosa della chiamata divina ha un sapore prettamente fiabesco, in quanto è costituita dal ritrovamento nel ventre di un pesce, da parte di un pescatore, delle chiavi che aprono il lucchetto che tiene prigioniero il peccatore. La colpa è allora stata del tutto espiata e Gregorius può tornare a ciò che fin dal principio gli era stato destinato: essere un uomo di Dio.

Hartmann non giudica la colpa di Gregorius, fa anzi in modo di farla passare in secondo piano perché vuole che il lettore si concentri maggiormente sull’altra sua grande colpa: l’aver scelto di abbandonare la propria vita ascetica. Ecco allora che appare l’intento didascalico dell’autore, il quale cerca anche di raccontare la vicenda nel modo più lineare possibile: il protagonista si trova sempre sulla scena e la storia si presta quindi a un’agevole comprensione. La finalità didattica di Hartmann è già ben esplicitata col secondo titolo dell’opera, cioè Der gute Sünder (Il buon peccatore): un ossimoro che contiene già il pensiero dell’autore e il suo giudizio.

Tutte le vicende che Gregorius attraversa valgono come una sorta di punizione per la decisione di essersi allontanato dal convento. La vera espiazione non è costituita allora dai diciassette anni trascorsi legato a una rupe, ma da tutta la vicenda presa nel suo insieme. Da evidenziare è il fatto che per Hartmann quegli anni non sono nulla in confronto al tormento interiore e alla crisi che Gregorius ha dovuto affrontare. Per cercare di far comprendere ciò, il poeta si serve di un ingegnoso sistema: gli anni di penitenza sono condensati nel poema in soli venticinque versi, ciò perché, dal punto di vista di Hartmann, l’espiazione è già stata compiuta e quegli anni servono solo a placare l’ira di Gregorius contro Dio, il cosiddetto zwîvel (parola medio alto tedesca corrispondente al moderno Verzeiflung, cioè “disperazione”). La desperatio fiducialis è infatti la disperazione che porta l’uomo alla vera fede in Dio, un percorso regolato dalla grazia divina che conduce alla salvezza: il peccatore riconosce la propria colpa e non trova però il giusto modo per poter purificarsi. La disperazione proviene quindi da questa mancanza di speranza nell’assoluzione. Un itinerario di redenzione che passa quindi inderogabilmente dal peccato.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.