Primo PianoTeatro e DanzaLa danza arcade di Pixel

Giada Oliva Giada Oliva8 Giugno 2021
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Si chiama Pixel, come la più piccola unità che compone l’immagine virtuale, lo spettacolo che dal 2014 gira in tutti i paesi del mondo. Per la memoria del nostro computer ma anche del nostro telefono, non siamo altro che tanti piccolissimi puntini tutti uguali, indifferenziati e senza qualità. Non c’è differenza quindi tra i puntini che formano l’immagine di noi in vacanza o quelli di un brutale incidente. Così anche le creazioni virtuali più elaborate e realistiche hanno come pietra prima il pixel, perché pixel siamo e pixel torneremo.

Pixel sembra essere quindi un omaggio all’aspetto più essenziale e semplice della computer grafica, ottenendo però con questa scelta un risultato altamente minimale ed elegante. Il palco è una scatola nera in cui le uniche note di colore sono i corpi dei ballerini e i pixel bianchi che invadono la scena, alcune volte con grazia, altre con un impatto incisivo. Un bianco e nero che non sa di antico ma mette ordine nella nostra visione e ci dice che basta l’essenziale per essere efficaci e non è necessario ricorrere a fuochi d’artificio digitali. La computer grafica sembra far suo, in questo contesto, del rigore e della precisione asciutta della danza.

Sono undici i ballerini che danzano sopra, sotto e attraverso realtà costruite virtualmente. Con un ombrello devono proteggersi da una scrosciante pioggia di pixel, soccombono sotto un muro di puntini che si abbatte su di loro, in un altro caso i pixel sono le fiamme di tante fiaccole o delle voragini che inghiottono tutti. C’è un equilibrio tra la danza e l’arte digitale, nessuna delle due prevale sull’altra. Alle volte sono i danzatori a decidere il destino dei pixel e la loro direzione, modificando il pavimento con una danza a terra o spostando scie di pixel nell’aria; in altri sono i pixel a imporre ai danzatori come muoversi, come quando si compongono in tante dune e i ballerini sono costretti a saltare dall’una all’altra con il rischio di venire risucchiati dal nero strapiombo. Questo spettacolo ha a tratti il sapore vintage di un gioco arcade; ricorda Pong, il gioco del ping pong dalla grafica molto semplice che risale agli anni ‘70 e che era costituito da due barrette e da quadratini come palline. In alcune scene – dal sapore più poetico – sembra invece che i danzatori interagiscano con un universo di stelle e costellazioni.

A creare questo mondo virtuale sono stati il programmatore Adrien Mondot e l’ingegnosa scenografa, designer e artista Claire Berdainne, che insieme formano il duo Adrien M/Claire B. Essi hanno progettato appositamente per lo spettacolo un programma personalizzato chiamato E-Motion in grado di creare animazioni grafiche su sollecitazioni di suono e movimento. L’obiettivo è proprio quello di trasmettere emozioni, integrando la realtà dei danzatori con le infinite possibilità del virtuale, aumentando e intensificando l’energia dei corpi. La particolarità che rende l’esperimento ancora più accattivante è che queste immagini sono generate, calcolate e proiettate interamente dal vivo.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85, laureata al Dams in Storia del teatro italiano. Ha studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Particolarmente curiosa, ama essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.