CinemaPrimo PianoLa condivisione come bisogno ultimo: “Perfect Sense” di David Mackenzie

Nadia Pannone Nadia Pannone7 Febbraio 2020
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Se l’essere umano fosse privato – improvvisamente – di tutti i propri sensi, rinuncerebbe a lottare arrendendosi all’imminente Apocalisse o troverebbe la forza di riadattarsi e continuare a vivere? È da questo interrogativo che si muove Perfect Sense del regista britannico David Mackenzie (2011), sceneggiato da Kim Fupz Aakeson, prodotto da Zentropa – la casa di produzione fondata da Lars Von Trier – e presentato al Sundance Film Festival del 2011.

Susan (Eva Green) e Michael (Ewan McGregor) si conoscono e si innamorano proprio mentre il mondo intorno a loro sembra sgretolarsi pian piano, con il dilagarsi di un’apparente epidemia globale che porta alla progressiva perdita dei sensi e alle inevitabili tragiche conseguenze. Significativa, a tal proposito, la professione dei due amanti: epidemiologa lei, cuoco lui; è Susan, insieme al suo team, a individuare la malattia, e i primi due sensi a scomparire sono proprio l’olfatto e il gusto, fondamentali per uno chef. Tuttavia, quello che rappresentano a livello professionale e personale non è così importante – tanto è vero che ci vorrà un po’ per arrivare a empatizzare appieno con loro – ma è in qualità di coppia che funzionano all’interno del film: una dimostrazione di quanto i vincoli tra gli esseri umani possano sopravvivere alla demolizione di ogni certezza.

Pur essendo inscrivibile nel filone degli epidemic movie, o film apocalittici; Perfect Sense se ne distanzia perché non vi è alcun interesse di soffermarsi sulle cause della malattia né vi sono tentativi di spiegazioni scientifiche o complottistiche: l’intento del regista e sceneggiatore è, bensì, quello di focalizzarsi sull’effettivo manifestarsi dei sintomi e dei loro effetti sull’uomo e, soprattutto, di riflettere sulla sua capacità di adattamento. La scomparsa dei sensi è preceduta sempre da manifestazioni emotive molto intense e relazionate, in qualche modo, con il senso corrispondente. Così la perdita dell’olfatto sarà anticipata da un dolore straziante per tutte le difficoltà passate, infatti «senza olfatto, un oceano di immagini del passato scompaiono»; un attacco di bulimia mondiale precederà la scomparsa del gusto e un’esplosione d’ira quello dell’udito perché, in fondo, quando si riversano rabbia e violenza sugli altri, si diventa sordi di fronte alle loro motivazioni.

Man mano che i primi tre sensi si annullano, è interessante osservare le reazioni e soluzioni adottate dai due protagonisti e dall’intera umanità, per fronteggiare e sovrastare una situazione a dir poco inimmaginabile. Efficace, al riguardo, il momento in cui un’artista di strada utilizza la musica del suo violino per descrivere gli odori, o quando Michael e i suoi colleghi del ristorante provano a combinare nuove spezie e a esagerare con le dosi, illudendosi così di poter nuovamente assaporare, anche se solo con il pensiero, il sapore di quelle pietanze. Allo stesso modo, le sequenze di filmati in stile documentaristico provenienti da ogni angolo del mondo e accompagnati da una voce fuori campo, mostrano gli effetti catastrofici di questa “epidemia” sull’umanità ma, al contempo, la forza sconfinata del desiderio di sopravvivenza di quest’ultima.

Nonostante uno scenario apocalittico e un finale non di certo ottimista, sono la speranza e la fiducia nel genere umano a pervadere la pellicola. È in una situazione limite, infatti, che l’uomo si distingue dalla macchina e rivela la propria essenza, sia essa positiva o negativa. E se è naturale che molti abbandonino qualsiasi tipo di legge e morale, è necessario e commovente come – prima di perdere la vista, in un mondo ormai inconcepibile – l’uomo capisca l’importanza degli affetti e il bisogno di condividerli; che riscopra il vero significato del termine “umanità”.

Perfect Sense non è esente da difetti, i contenuti celano una potenza non del tutto espressa e a cui la prima parte del film non sembra rendere giustizia; tuttavia possiede un’originalità e una quantità di spunti che contribuiscono a sganciarlo dal genere per conferirgli una marcata vena autoriale. Suggestiva la scelta di eliminare quasi del tutto il sonoro in concomitanza con la perdita dell’udito e di terminare il film con quella della vista, in modo da trasmettere con più efficacia il dramma umano che preannuncia la fine. Una fine che, però, non è ultima fintantoché c’è ancora vita. Pur privato dell’essenziale, l’essere umano si reinventa e crea una nuova forma di comunicazione che non ha urgenza di essere ascoltata o vista, purché funga da collante tra due corpi e due anime. Logico, allora, che l’ultimo senso a persistere sia il tatto: quando non è più possibile vedersi o ascoltarsi, sentire le lacrime dell’altro sul proprio viso è un segnale che c’è ancora una vita per cui valga la pena lottare.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".