CinemaPrimo PianoTeatro e DanzaLa comicità di Massimo Troisi tra poesia e una napoletanità non scontata

Giada Oliva22 Luglio 2019
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Al Teatro dei Dioscuri a Roma, vicino al Quirinale, si può visitare – fino a ottobre e con ingresso gratuito – una mostra dedicata a Massimo Troisi, la cui scomparsa è avvenuta 25 anni fa. L’esposizione rende omaggio all’anima poetica di un grande istrione, la quale trova espressione in tutte le sue manifestazioni artistiche, dal teatro al cinema. Si tratta di una mostra interattiva con schermi touchscreen, moltissime fotografie personali e pubbliche e un’installazione omaggio di Michelangelo Bastioni in cui vengono proiettati su un contenitore in vetro sketch teatrali della Smorfia, il nome dello storico gruppo teatrale di cui Troisi fece parte. Ciò che colpisce da subito è il soffitto a patchwork con effetto a volta affrescata realizzato con immagini, stralci di frasi, titoli e articoli di giornale, molto colorato ed esemplificativo dell’animo stratificato di Troisi.

I tratti di un carattere timido e schivo, che determineranno una comicità non invadente, sono rintracciabili fin dalla sua nascita avvenuta a San Giorgio a Cremano. Troisi vive un’infanzia affollata di parenti, cosa che gli trasmette un grande senso di comunità ma gli fa patire qualsiasi momento vissuto in solitudine. Un precoce problema al cuore lo rende fragile e a 18 anni il forte dolore per la morte della madre fa di lui un orfano perenne sempre in cerca di adozione. Nel teatro, Troisi afferma di trovare forza e sicurezza in sé.

Gli inizi sono al Centro Teatro Spazio nel quartiere di nascita, un garage in cui diversi studenti mettono in scena le farse di Viviani, Petito e Scarpetta. Una grande palestra perché, come racconta Troisi, lavorare sulla farsa significa avere solo qualche foglietto in cui a un certo punto c’è scritto “lazzi” e a quel punto è necessario affidarsi all’ improvvisazione e si mette dentro di tutto.

Il primo gruppo teatrale si chiama Rh negativo ma ben presto inizia a sfaldarsi e rimangono solo in tre: Massimo Troisi, Lello Arena e Vincenzo Purcaro in arte Enzo Decaro. Inizialmente noti come I Saraceni, quando nel 1976 riescono ad andare in scena al San Carluccio di Napoli cambiano nome nel più noto La Smorfia in riferimento a un simbolo della napoletanità: il libro che associa i numeri a sogni o immagini della vita quotidiana. Grazie alle doti manageriali di Decaro riescono a esibirsi a Roma alla Chanson, un teatro di cento posti dentro palazzo Brancaccio dove accorrono numerosi volti noti ad assistere alle loro esibizioni (Proietti, Giuffré); è lì che vengono notati dagli autori della trasmissione televisiva Non stop in cui esordiscono nel 1977.

Il loro teatro si prestava ai tempi televisivi soprattutto per la brevità testuale: smilzi sketch teatrali che Troisi chiamava con orgoglio «mini atti unici», per rivendicare una credibilità e dignità teatrale. Questi mini atti – scritti dal gruppo – avevano personaggi, costumi, scenografia e uno sviluppo di trama. Inventarono una forma di spettacolo unica nel suo genere benché, assecondando un po’ una moda del momento, i critici le affibbiarono l’etichetta di cabaret. Innovativa, per esempio, fu la presenza di un trio invece che di un duo, come da tradizione comica che preveda una spalla e un trascinatore. Tutti erano spalle e tutti ricoprivano il ruolo di primo attore, quasi fossero un corpo unico. Ebbero anche il gran merito di attualizzare la tradizione napoletana della sceneggiata, destrutturandola. Riproposero il background culturale da cui provenivano secondo modalità artistiche nuove. Per esempio, nelle loro sceneggiate il buono non è totalmente buono e il cattivo può ricevere il perdono, cosa che una sera scatenò l’ira di uno spettatore “conservatore” il quale salì sul palco a farsi giustizia da solo.

C’era molta Napoli nei loro spettacoli ma Troisi fu sempre contrario a un certo tipo di “sciacallaggio” che fa leva sui luoghi comuni della napoletanità per un facile consenso. Ebbero uno sguardo surreale e critico sulla realtà napoletana e i suoi problemi. Per lo sketch sull’Annunciazione dovettero presentarsi in tribunale perché accusati di vilipendio alla religione e arrivarono a togliere dal loro repertorio il pezzo su San Gennaro per evitare di ricadere in un facile stereotipo.

L’esperienza con La Smorfia  finì – come disse Troisi – perché il trio ebbe paura del successo e di diventare ripetitivo. Troisi proseguì una carriera breve ma eccezionale, cimentandosi anche nel cinema. Definì i suoi film espressione di un cinema “artigianale” perché non perfetto e pieno di non detti e frasi smezzate, come era la sua stessa comicità. Un uomo col sorriso nel cuore, lo hanno definito che sul set, benché all’apice del successo se ne stava sempre in disparte, defilato. Carlo Verdone, in un video che è possibile vedere alla mostra, ne ricorda la mostruosa bravura che consisteva soprattutto «nell’arte di non far vedere l’arte»: i suoi tempi comici erano sublimi fin da quando, nel 1978, lo incontrò a un provino e ne rimase fortemente colpito.

Se a fine mostra vorrete portare con voi un pezzetto dell’universo di Troisi, potrete farlo staccando da un blocchetto alcune poesie che Massimo scrisse e alcune sue foto che valorizzano quel suo sguardo in cui comicità e poesia sembrano trovare dimora.

Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.