Uno degli oggetti più preziosi della cultura italiana è senza dubbio la Cassetta Farnese, conservata presso il Museo di Capodimonte. Il sontuoso cofanetto d’argento dorato fu realizzato tra il 1543 e il 1561 dall’orafo fiorentino Manno di Bastiano Sbarri e dall’incisore Giovanni Bernardi da Castel Bolognese su commissione del “Gran Cardinale” Alessandro Farnese, nipote di Papa Paolo III, come dono di nozze per la principessa Maria d’Aviz di Portogallo che nel 1565 sposò l’omonimo nipote del celebre prelato, il quale fu un grande condottiero e uomo d’arme, nonché futuro duca di Parma e Piacenza. Il raffinato scrigno arrivò nella collezione del Museo di Capodimonte grazie al lascito di Elisabetta Farnese – regina di Spagna e ultima erede del grande casato romano – al figlio Carlo di Borbone, colui che diede origine al famoso museo partenopeo, che divenne re di Napoli nel 1734.

La cassetta, dal peso di 35 kg, è interamente realizzata in argento. Grazie a un restauro effettuato nel 2018 è emerso che in alcune parti l’argento è puro, con valori superiori al 99%. Maggiormente preziosa è la lega metallica delle parti realizzate con la tecnica della cera persa, costituita anche da rame e oro. Con questa miscela di metalli furono create le 25 piccole sculture che decorano i lati dello scrigno e tutti gli elementi ornamentali applicati su un’articolata struttura architettonica in miniatura, assemblata con decine e decine di perni, legature, saldature e ribattini anch’essi in argento purissimo. Tutte le superfici, una volta fuse e decorate, furono inoltre ricoperte da uno strato di oro zecchino. Sui fianchi della cassetta aggiungono pregevolezza ai metalli preziosi, due delle pietre più ricercate e apprezzate: il lapislazzulo di un intenso colore blu, proveniente dall’Afghanistan, e il cristallo di rocca importato dall’Oriente.
La cassetta è in forma di tempietto con pianta rettangolare; le complesse decorazioni coprono tutta la superficie del manufatto, inclusa la parte inferiore e l’interno. Il coperchio del prezioso cofanetto è sormontato da frontoni curvilinei spezzati con delle volute di matrice michelangiolesca. I quattro semi-timpani triangolari sono riempiti da figure semidistese sorreggenti dei festoni di pigne, pomi e fiori. Nella profonda gola – che le spezzature dei frontoni generano in mezzo al coperchio – vi è una copertura a superficie concava al centro della quale sorge un masso sorretto da un capitello adorno di protomi muliebri, sormontato dalla statua di Ercole con i simboli delle dodici fatiche: la pelle di leone su cui siede, i pomi colti nel giardino delle Esperidi e la clava che tiene nelle mani.

A fare da pilastri, posizionati a coppie negli angoli e isolati nel mezzo dei lati più lunghi, troviamo delle cariatidi panneggiate e adorne di festoni; la cariatide centrale del lato maggiore-anteriore reca – in luogo del panneggio – lo scudo azzurro con i sette gigli farnesiani, sormontato dal cappello cardinalizio, e una targhetta recante le lettere A.F. – S.R.E. – V.C. (Alexander Farnesius. Sanctae. Romanae. Eclesiae. Vice. Cancellarius).

Sui fianchi dello scrigno vi sono sei lastre ovali in cristallo di rocca di particolare purezza e trasparenza, reso ancora più prezioso dai lavori di intaglio delle superfici retrostanti eseguiti dall’incisore emiliano Giovanni Bernardi, a partire dai disegni di Perin del Vaga, i quali raffigurano la centauromachia, l’amazzonomachia, la caccia al cinghiale Calidonio, il trionfo di Bacco, la naumachia e la corsa di quadrighe. I sei ovali, incorniciati da festoni, sono sormontati da figure allegoriche che sorreggono delle iscrizioni che si riferiscono al soggetto trattato nel cristallo sottoposto. Non si conosce il nome dell’ideatore dell’opera complessiva ma si è supposto che possa essere Francesco Salviati o lo stesso Perin del Vaga.

Il cofanetto poggia su dieci piedi mensoliformi a forma di lira capovolte e terminanti con zampe leonine. Dalle quattro coppie dei sostegni, ai quattro angoli, si allungano quattro sfingi a reggere le basi di altrettante statuette sedute, modellate a tuttotondo: Marte e Minerva sul lato anteriore, Diana e Bacco su quello posteriore. Le scene presenti all’interno della cassetta sono tratte, invece, dalle gesta di Alessandro Magno e celebrano Alessandro Farnese e il suo ruolo di detentore della cultura.

Un aspetto ancora non chiarito riguarda la funzione di questo sontuoso oggetto, per il quale furono avanzate molte ipotesi inerenti il suo contenuto: un incunabolo della collezione Farnese in cui era narrata l’Odissea o il Libro d’Ore realizzato da Giulio Clovio per il cardinale Alessandro ma, essendo un oggetto donato alla principessa Maria d’Aviz per le sue nozze, si pensò che potesse servire a custodire le sue gioie. Raffaello Causa nel 1982 sostenne che forse la cassetta era solamente un’oggetto ornamentale e che dunque non avesse la funzione di contenere nulla. In realtà, l’importante restauro effettuato nel 2018 ha permesso di scoprire – tra le altre cose – la serratura della cassetta, attivabile da un piccolissimo foro segreto nascosto tra le decorazioni; questo elemento fa pensare che tale prezioso scrigno fosse destinato a custodire qualcosa di veramente privato. Inoltre, arrotolato in un’intercapedine del fondo, è stato trovato un documento datato 1564, un anno prima delle nozze della principessa di Portogallo con il nipote del celebre cardinale. Il documento è ancora in attesa di essere studiato: chissà quale notizia, a distanza di quasi cinque secoli, sarà in grado di comunicarci.

Anna D’Agostino
Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".