LetteraturaPrimo Piano“La casa in collina”: Cesare Pavese sulla guerra senza fine

Lucia Cambria25 Gennaio 2021
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Tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948, Cesare Pavese scrisse il romanzo La casa in collina, uscito poi l’anno successivo nel volume Prima che il gallo canti. Nel romanzo sono presenti, come in tutte le opere pavesiane, gli elementi ancestrali del mito, resi concreti nel mondo contadino e agreste delle Langhe, il luogo di origine dello scrittore.

L’autobiografismo del romanzo è molto marcato: il protagonista, Corrado, è un professore che durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale si rifugia sulle colline piemontesi. Mentre tutti attorno a lui prendono parte all’insurrezione, Corrado rimane inerte, incapace di agire, e per questo resta ancora più immerso nella propria solitudine.

Come Corrado, anche Pavese non prese posizione in quei difficili frangenti e ciò influenzò notevolmente le sue opere: La casa in collina è una di queste. Corrado, che è allora alter ego dello scrittore, non è in grado di far proprie le motivazioni che spingono alla guerra civile tra fascisti e partigiani, e non vuole nemmeno sforzarsi di comprenderle: «Buttarsi nell’acqua per non sentire il freddo. Ma se nuotare non ti piace? Se non t’interessa arrivare di là?».

Questo senso di immobilismo e di paralizzante inerzia permea le pagine di un romanzo che è divenuto l’opera rappresentativa del senso di frustrazione. Tutto questo è vissuto nelle colline che sono il luogo di nascita sia del protagonista che dello scrittore: in questo ambiente ancestrale e protettivo Corrado si rifugia non solo per paura dei bombardamenti, ma anche per il timore di dover agire. È come tornare al grembo materno, come reimmergersi nel liquido amniotico per udire quei suoni, quelle voci, nella maniera più distante e ovattata possibile. Per non dover vedere e toccare quella realtà totalizzante e greve.

E tra le righe della narrazione, in prima persona, si scorgono alcuni tentativi di chiarire le ragioni del proprio atteggiamento: «È religione anche non credere in niente», dice Corrado durante una discussione riguardo il mandare o meno i bambini al catechismo. Questa dichiarazione è più rivolta a se stesso che alla situazione nella quale è posta.

Il luogo della semplicità, della purezza, dell’origine, viene oltraggiato dalla cruda realtà: ha luogo una retata nazista, durante la quale portano via alcune persone. Corrado riesce a salvarsi perché era di ritorno da Torino e quindi si rifugia presso il Collegio di Chieri, un altro luogo non toccato:

 

«Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche più chiuso, più isolato, più tetro»

 

In questo luogo intatto, Corrado si sente a proprio agio, immerso sempre più nella solitudine che ha i caratteri di una segregazione, dove i preti «parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque». Non solo la guerra, quindi, era un fatto esterno, ma anche la vita. Il non agire e il rifugiarsi erano quindi considerati “non vivere”: «Penso che vivere per caso non è vivere».

Alla fine avviene il ritorno alla “casa in collina”, dove tutto ha avuto inizio e dove tutto ha sempre una nuova origine che somiglia a quella precedente, così come «ogni caduto somiglia a chi resta». La guerra ha aperto gli occhi di Corrado, che ora osserva i cadaveri, che sembrano quasi chiedere ragione per ciò che è avvenuto. La guerra non è finita, si combatte ancora nell’anima di chi è lacerato tra l’azione e l’inerzia, e come quel mito che si ripete tra le colline delle Langhe, non finirà mai:

 

«E dei caduti che ne facciamo? Perché sono morti? Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero»

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.