ArtePrimo PianoLa Cappella Sistina: splendore e magnificenza

Martina Scavone Martina Scavone5 Dicembre 2019
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Nota in tutto il mondo come uno dei capolavori indiscussi della storia dell’arte, la Cappella Sistina in Vaticano prende il nome da papa Sisto IV della Rovere (pontefice dal 1471 al 1484) che tra il 1477 e il 1480 fece ristrutturare a Giovannino de’ Dolci su disegno di Baccio Pontelli l’antica Cappella Magna. Si tratta di un ambiente rettangolare illuminato da sei grandi finestre e coperto da volta a botte ribassata, divenuta la “tela” sulla quale Michelangelo Buonarroti (Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564) dipinse una delle opere che lo avrebbe consacrato agli occhi dell’umanità quale uno degli artisti più dotati della storia. Tuttavia, prima di porre i riflettori sulle imprese michelangioleshe, è d’obbligo soffermarsi sugli affreschi che ricoprono quasi interamente le pareti, realizzati tra il 1481 ed il 1482 da maestri toscani ed umbri, fra i quali spiccano i nomi di Pietro Perugino, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, i quattro pittori firmatari del contratto. Cruciale fu altresì il contribuito delle rispettive botteghe e di alcuni più stretti collaboratori come Biagio di Antonio, Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli.

Il programma generale della decorazione pittorica della Cappella è articolato su tre registri dal basso verso l’alto: lo zoccolo con finti cortinaggi, sopra i quali un tempo si applicavano, per le grandi cerimonie, gli arazzi di Raffaello; l’ordine mediano con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento intermezzati da lesene decorate e infine l’ordine superiore con la rappresentazione di pontefici martirizzati. Si decise di far partire il ciclo dalla parete dietro l’altare (la stessa occupata, oggi, dal Giudizio Universale), affrescata dal Perugino; mentre sulla volta Pier Matteo d’Amelia dipinse un cielo stellato, sulla scia di una tradizione medievale. Nel frattempo il signore di Firenze Lorenzo de’ Medici, nell’ambito di una politica riconciliativa con gli avversari che avevano appoggiato la Congiura dei Pazzi (1478), tra cui lo stesso papa, propose l’invio dei migliori artisti presenti allora sulla scena fiorentina quali ambasciatori di bellezza, armonia e del primato culturale di Firenze. L’offerta venne accettata e il 27 ottobre 1480 Sandro Botticelli, Cosimo Rosselli e Domenico Ghirlandaio partirono per Roma. Ciascuno di loro, con l’ausilio dei propri collaboratori, affrescò uno dei quattro riquadri nella parete a destra dell’altare; successivamente, con un nuovo contratto datato 27 ottobre 1481, vennero riconfermati per l’esecuzione dei dieci riquadri restanti (i due sulla parete dell’altare erano già stati completati da Perugino nella primissima fase) da ultimare entro il marzo dell’anno successivo. La serie del lato destro (dando le spalle all’altare) vede protagonista episodi della vita di Mosè, mentre la serie del lato sinistro reca scene della vita di Cristo, fra cui la Consegna delle chiavi a San Pietro, una delle più celebri composizioni del Perugino eseguita con l’aiuto di Luca Signorelli.

P. Perugino, Consegna delle chiavi a San Pietro, 1481-82, Cappella Sistina

Per quanto riguarda la zona superiore, tra le finestre sono dipinti, a due a due, entro nicchie conchigliate, ventiquattro ritratti di papi a figura intera, di mano di fra’ Diamante, Domenico Ghirlandaio, Botticelli e Cosimo Rosselli.

Il risultato fu un ciclo di grande omogeneità, nonostante la partecipazione di artisti dalle personalità marcatamente diverse. Ciò fu possibile grazie all’adozione di una medesima scala dimensionale delle figure, alla simile impaginazione e strutturazione ritmica e alle medesime tonalità dominanti, tra cui spicca l’abbondanza di rifiniture in oro, le quali intensificano la luce con effetti che dovevano apparire particolarmente suggestivi nel bagliore delle fiaccole e delle candele.

Michelangelo, Volta, Cappella Sistina, 1508-12

Per gli interventi michelangioleschi nella Sistina bisogna invece attendere sino alla salita al soglio pontificio di Giulio II della Rovere (pontefice dal 1503 al 1513), nipote di Sisto IV, il quale decise di completare l’apparato decorativo della cappella e di modificare la decorazione della volta, affidando l’incarico al Buonarroti nel 1508. Per una superficie così vasta (800 mq), egli pensò ad una grandiosa composizione affrescata che abbracciasse tutta la volta, popolata da figure di ogni grandezza. Dunque, oltre alla volta stessa, Michelangelo affrescò anche le vele, i pennacchi e gli spazi tra le vele, dove compaiono – seduti su monumentali troni – cinque Sibille e sette Profeti. Ne risultò un’inedita fusione di elementi architettonici, plastici e pittorici, retta da uno straordinario equilibrio e illuminata dalla ricca gamma di accordi cromatici rivelata dal restauro del 1981-90. Nell’ottobre 1512 il lavoro era compiuto e il giorno di Ognissanti (1° novembre) Giulio II inaugurò la Sistina con una messa solenne. Nei nove riquadri centrali è raffigurato il corrispettivo numero di Storie della Genesi, dalla Creazione alla Caduta dell’uomo, al Diluvio e al successivo rinascere dell’umanità con la famiglia di Noè.

Michelangelo, Giudizio Universale, 1536-41, Cappella Sistina

Verso la fine del 1533 Clemente VII de’ Medici (pontefice dal 1523 al 1534) incaricò Michelangelo di modificare ulteriormente la decorazione della Sistina dipingendo sulla parete d’altare il Giudizio Universale. Per la sua esecuzione furono murate due finestre e pertanto vennero cancellati gli affreschi quattrocenteschi preesistenti, vale a dire la pala con la Vergine Assunta tra gli Apostoli e i primi due episodi delle storie di Mosè e di Cristo, realizzati dal Perugino, nonché due lunette che lo stesso Michelangelo vi aveva già dipinto. In questo affresco il maestro toscano volle rappresentare pittoricamente il “Dies irae”, ovvero una sequenza in lingua latina attribuita a Tommaso da Celano che descrive il giorno del Giudizio finale di Dio, quando i buoni saranno salvati e i cattivi condannati al fuoco eterno dell’Inferno. Nel mezzo, in alto, domina Cristo supremo giudice, in figura apollinea ma col gesto di un Giove fulminante, colto nell’attimo che precede quello in cui verrà emesso il Giudizio, affiancato dalla Vergine, che volge il capo in un gesto di rassegnazione: ella infatti non può più intervenire nella decisione. Tutto intorno, Santi, Patriarchi e martiri affollano il Paradiso, attendendo con ansia di conoscere il verdetto; alcuni di essi sono facilmente riconoscibili: San Pietro con le due chiavi, San Lorenzo con la graticola, San Bartolomeo con la propria pelle in cui si suole ravvisare l’autoritratto di Michelangelo, Santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, San Sebastiano inginocchiato con le frecce in mano. Mentre alla destra di Gesù gli eletti ascendono al cielo, alla Sua sinistra angeli e demoni si contendono il piacere di far precipitare i dannati all’inferno, dove li attendono Caronte con la sua barca e, nell’angolo a destra, Minosse, con il corpo avvolto dalle spire del serpente. In basso a sinistra viene immortalata la Resurrezione dei morti, mentre nel mezzo il gruppo di angeli dell’Apocalisse suonano le trombe che risvegliano i defunti e preannunciano il Giudizio. L’artista iniziò la grandiosa opera un quarto di secolo dopo la volta, precisamente nel 1536, durante il pontificato di Paolo III, e la portò a compimento nell’autunno del 1541. Tuttavia, nel 1564, Pio IV – come deciso dalla Congregazione del Concilio di Trento – fece coprire con dei panneggi le nudità, ritenute scandalose, e affidò il lavoro a Daniele da Volterra, il quale si guadagnò così il nomignolo di “Braghettone”. Altre se ne aggiunsero nei secoli successivi, ma in fase di restauro si provvide a rimuovere le “braghe” più recenti, mantenendo solo quelle più antiche.

Michelangelo, Creazione di Adamo, part. Volta, Cappella Sistina, 1508-12

Gli affreschi che decorano la Cappella Sistina sono una meta imperdibile per qualsiasi visitatore della Città Eterna, e non senza ragione. Infatti, nel loro complesso, offrono uno straordinario panorama della pittura rinascimentale italiana, dalla fase matura a quella estrema. Questo, unito alla funzione svolta ancor oggi dalla Cappella – il luogo in cui si svolge il Conclave per l’elezione del Sommo Pontefice – rendono tale ambiente una perla rara ed un manufatto da sfoggiare con fierezza agli occhi mondo intero. Degno di lode, anche e soprattutto per lo sforzo fisico richiesto, è in particolare il lavoro svolto sulla volta da Michelangelo che, seduto sul punto più alto dell’impalcatura di legno (a circa venti metri da terra), con la testa e le spalle rivolte verso l’alto, a pochi centimetri di distanza dalla superficie pittorica, il collo dolorante, il volto contrito dai dolori, gli occhi brucianti a causa del colore che colava dal soffitto, nutrendosi a malapena, lavorava dall’alba al tramonto, spesso per trenta giorni consecutivi. Anche questo si deve rammentare alzando lo sguardo verso la volta Sistina, che si conferma quale il frutto del lavoro instancabile di un uomo che ha consacrato la sua vita all’arte e alla bellezza.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.