Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoLa Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale

Anna D’Agostino Anna D’Agostino20 Giugno 2020
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Nel settembre del 1823 le persiane del Palazzo del Quirinale furono serrate, la finestra della Loggia delle Benedizioni venne murata, il portone principale restò aperto ma presidiato da soldati e le due estremità della via Pia (oggi via del Quirinale) vennero chiuse da cancelli di legno: era il primo conclave svolto al Quirinale.

Quando generalmente si pensa al rito del conclave per l’elezione di un nuovo pontefice, l’immaginazione volge subito ai palazzi vaticani, dove – come ci attesta la storia – tale rito è quasi sempre avvenuto, all’interno della celebre Cappella Sistina. A Roma, però, esiste un’altra cappella delle stesse dimensioni di quest’ultima, in cui ben quattro papi furono eletti al soglio pontificio (Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX). Si tratta della Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale.

La Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale

Tale cappella prende il nome da Papa Paolo V Borghese (1605-1621), colui che nel 1615 commissionò l’opera architettonica a Carlo Maderno. Essa è lunga ben 42 metri, larga 13, alta 20 e presenta sul lato destro una cantoria, ovvero una balconata per il coro. In origine l’ambiente era diviso da un’iconostasi marmorea (una struttura che separava la zona presbiteriale da quella riservata ai fedeli) e presso l’altare vi era il trono pontificio, proprio come nella cappella vaticana.

Il papa, infatti, volle fare del Quirinale una sede alternativa ai palazzi vaticani; pertanto, la cappella – oltre che la stessa struttura architettonica della Sistina – doveva paragonarsi ad essa anche per le decorazioni, equiparabili agli affreschi michelangioleschi. Perciò Paolo V chiese ad Agostino Tassi dei disegni per la decorazione della volta e al fiorentino Andrea Commodi un bozzetto per un grande affresco da realizzare sulla parete d’altare raffigurante La cacciata degli angeli ribelli, richiamando così il Giudizio Finale di Michelangelo. Entrambe le opere non furono mai realizzate ma di quella del Commodi esistono dei disegni oggi conservati presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi di Firenze, e un bozzetto in cui è rappresentato un groviglio di anatomie che attesta l’esplicito riferimento al Buonarroti, attualmente esposto nello Studiolo della Controriforma, al primo piano del Palazzo degli Uffizi. La realizzazione di quest’opera è attestata da Filippo Baldinucci, il quale narra che il Commodi usò dei modelli appesi a testa in giù utilizzando una rete da cinghiale. Nonostante ciò, Commodi – sentendosi schiacciato dal confronto con il grande maestro – non portò mai a compimento l’opera.

Andrea Commodi, La caduta degli angeli ribelli, bozzetto, olio su tela, 174.5 x 184 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi

Tramontato il progetto della decorazione pittorica, le pareti furono rivestite da una tappezzeria in damasco rosso e la volta a botte venne ornata, nel 1616, con stucchi bianchi e dorati realizzati dal ticinese Martino Ferrabosco, che si ispirò al soffitto della Sala Regia in Vaticano. Gli stucchi, esistenti ancora oggi, formano una trama in cui si intrecciano losanghe con all’interno quattro putti che sorreggono con i loro piedi delle rosette, motivi a girandola, festoni e nastri svolazzanti; inoltre gli stucchi rivestono anche i vani delle finestre con figure di angeli e con luoghi ed edifici legati al pontificato del papa committente. L’impresa costò in totale ben 16mila scudi, una somma considerevole che dimostra l’enorme fortuna di questo genere decorativo. Tale opera fu presa a modello per successive decorazioni in stucco tra cui i soffitti delle cappelle del coro e del Ss. Sacramento a S. Pietro. Un dipinto di Agostino Tassi raffigurante l’Investitura di Taddeo Barberini a Prefetto di Roma ci mostra fedelmente l’aspetto appena descritto che ebbe la cappella Paolina a partire dal Seicento.

Agostino Tassi, Investitura di Taddeo Barberini a Prefetto di Roma, 1631-1633, olio su tela, 443 x 175 cm, Roma, Museo di Roma
La volta della Cappella Paolina con gli stucchi di Martino Ferrabosco
Dettaglio della volta della Cappella Paolina del Quirinale

Nei secoli seguenti la cappella rimase con il suo aspetto seicentesco fino all’occupazione napoleonica del palazzo, momento in cui i francesi progettarono delle sostanziali modifiche sia all’assetto architettonico che decorativo; tali cambiamenti non furono però completati a causa della mancanza di tempo e di finanziamenti e si riuscì solamente a smantellare l’iconostasi e a svolgere dei restauri. Papa Pio VII Chiaramonti (1800-1823), che per quasi cinque anni fu prigioniero dei francesi, quando – in seguito alla disfatta napoleonica – tornò al Quirinale nel 1814, ripristinò l’iconostasi e in particolare, nel 1818, fece decorare le pareti della cappella – in soli 31 giorni – con una finta architettura a lesene scanalate e nicchie che ospitano al loro interno Apostoli ed Evangelisti, realizzati da undici pittori fra i quali Agostino Tofanelli e Tommaso Minardi (già attivi nel palazzo durante il periodo napoleonico). Il progetto fu diretto da Raffaele Stern, il quale riprese la decorazione degli affreschi cinquecenteschi della navata dell’abbazia delle Tre Fontane a Roma.

Nel periodo sabaudo la cappella non subì sostanziali modifiche: nel 1930, in occasione delle nozze del principe Umberto con Maria José del Belgio, fu eliminata definitivamente l’iconostasi. Sull’altare della cappella vi è un arazzo ottocentesco francese della manifattura parigina Gobelins, raffigurante L’ultima predica di Santo Stefano; si è al corrente che esso fu realizzato dagli arazzieri Jean Sollier e Pierre Desroy da un dipinto di Abel de Pujol. L’arazzo fu donato da Carlo X di Francia a Papa Leone XII (1823-1829) nel 1826 e arrivò in Quirinale entro il 1846.

Manifattura dei Gobelins atelier Laforest, L’ultima predica di Santo Stefano, arazzieri Jean Sollier e Pierre Desroy, da un dipinto di Abel de Pujol

Nonostante le stesse dimensioni della cappella Sistina, di certo la Paolina per le sue decorazioni non potrà mai competere con essa; tuttavia è da ritenere un luogo unico per la sua storia e per i rilevanti avvenimenti che al suo interno si svolsero.

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.