CinemaPrimo PianoJoker: la nascita della malvagità

Bianca Damato Bianca Damato2 Novembre 2019
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«Ho sempre creduto che la mia vita fosse una tragedia, invece era una fottuta commedia». Con queste parole Arthur Fleck aka Joker prende effettivamente coscienza della sua condizione, abbraccia il suo essere malato e al tempo stesso incompreso e, dunque, si rifugia nella follia.

Molto si è detto sul film di Todd Phillips uscito nelle sale a inizio ottobre, in questo articolo cerchiamo di tirare le somme di un lungometraggio complesso come Joker. Indubbiamente, da un punto di vista prettamente tecnico, il film è ben fatto. L’interpretazione di Joaquin Phoenix nei panni del celebre cattivo di Gotham City è straordinaria e non c’è dubbio che quest’anno sia proprio lui l’uomo da battere per la corsa agli Oscar. Una fotografia scura e “decadente” e una colonna sonora angosciante ma al tempo stesso divertente, rendono la pellicola un film completamente diverso da un cinecomic, come inizialmente potremmo aspettarci. Joker, invece, è molto altro, è qualcosa di più complesso e sarebbe riduttivo definirlo un film su un anti-eroe. La sceneggiatura ben scritta permette, allo spettatore, di fare una riflessione sulla società e la nascita del male e di come queste due cose siano drammaticamente collegate. E infatti proprio il come sorge la pazzia nel protagonista è il nocciolo, il cuore del film. Arthur, in fondo, è una brava persona che cerca a ogni costo di trovare il suo posto nella società facendo quello che sogna da sempre: il comico. Eppure la vita nei suoi confronti è davvero severa e Arthur viene letteralmente preso a calci dal mondo. Incontra solo persone che lo trattano male, che lo imbrogliano e che non capiscono il suo disagio. Ecco perché in lui nasce e si sviluppa una rabbia, una voglia di rivalsa, che lo porterà a vendicarsi dei torti subiti e a costruirsi un mondo e una società a sua immagine e somiglianza, che non lo faccia più stare male.

Naturalmente tutto questo aspetto, centrale nel film, lo si intende solo se ci si distacca dal fatto che si sta parlando di Joker, uno psicotico fuori controllo, ma ci si focalizza su Arthur. Sicuramente questo aspetto del personaggio che viene messo in luce dal regista esercita un fascino sullo spettatore, che si trova in simpatia ed empatia con il protagonista. Siamo contenti quanto Arthur si prende la sua vendetta sul collega che lo ha fatto licenziare o su tutte le persone che prima lo avevano bullizzato. Al punto che viene da chiedersi: ma in questa storia chi è il vero cattivo? Forse, alla fine dei conti, nessuno, il vero responsabile di tutto questo male è la società che, dopo averti stritolato e fatto impazzire, ti fa reagire. Per questa riflessione di sociologia Joker certamente non è il classico film tratto dai fumetti a cui siamo abituati ma, per le tematiche affrontate, sembra piuttosto un film d’autore.

Ad arricchire ulteriormente il film di Todd Phillips sono gli omaggi al cinema, in particolare i richiami ai film di Martin Scorsese. Un omaggio davvero spettacolare è quello al capolavoro Taxi Driver, non solo per la scena dell’uccisione del presentatore Murray Franklin, ma anche per la scelta di Todd Phillips di ambientare il film in una Gotham City degradata che si gemella perfettamente con la New York del 1975 di Taxi Driver. E infine che dire del finale di cui tutti parlano e che sembra lasciarti abbandonato a te stesso? Che forse questo era semplicemente un film che voleva raccontare di un uomo il cui scopo era quello di far ridere le persone ma non ci è riuscito. Pazienza allora e, come recita la canzone che riecheggia nel finale, That’s Life.

Bianca Damato

Bianca Damato

Sono nata a Benevento ma ho sempre vissuto a Roma. Oggi sono giornalista praticante a Napoli. Mi piace viaggiare e scoprire nuove culture per arricchirmi e magari un giorno racconterò le meraviglie del mondo. Nel tempo libero vado al cinema e a teatro e non mi perdo mai un gran premio di MotoGP.