LetteraturaPrimo PianoJohn Milton e le poesie scritte nella «lingua di cui si vanta Amore»

Lucia Cambria16 Marzo 2020
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Quando si parla di “viaggio in Italia”, o di Grand Tour, è quasi automatico volgere il pensiero a Goethe, il quale descrisse il Bel Paese come quel luogo in cui fioriscono i limoni e il paesaggio è immerso in una perfetta armonia cromatica composta dal verde, dall’azzurro e dal dorato. Il nostro paese è stato infatti, come ben si sa, meta prediletta dagli artisti di tutto il mondo, soprattutto da coloro che intendevano studiarne e approfondirne gli aspetti di particolare valenza artistica. Tra questi vi fu il celebre autore del poema seicentesco Paradiso perduto, John Milton (1608-1674). Tra il 1638 e il 1639 Milton intraprese un lungo viaggio, la cui meta principale fu proprio l’Italia: passando prima per Nizza, poi per Genova e Livorno, il poeta si fermò per due mesi a Firenze. Il grand tour miltoniano, documentato nel suo trattato politico Defensio Secunda (1654), gli permise di venire a contatto con le Accademie presenti all’epoca: l’Accademia Fiorentina, della Crusca, degli Apatisti e degli Svogliati, oltreché con l’astronomo Galileo Galilei, a quel tempo al confino presso la sua casa di Arcetri. La figura dell’astrologo sarà infatti ricordata, anni dopo, nel primo libro del Paradiso perduto (1667):

 

La luna, la cui sfera
l’artista toscano guarda la sera con un cannocchiale
dalla cima di Fiesole,
oppure in Valdarno, per scoprire nuovi terre,
fiumi o montagne nel suo globo maculato.

 

I due mesi passati a Firenze furono per Milton l’occasione per incontrare i letterati fiorentini che considerava legittimi eredi di Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Nel trattato Defensio Secunda scrisse infatti: «In quella città che ho sempre stimato al di sopra di tutte le altre per l’eleganza tanto della lingua quanto degli ingegni, rimasi per circa due mesi. Lì conobbi subito molti uomini eminenti per il rango e la sapienza, e frequentai assiduamente le loro accademie private (un costume del luogo che merita le lodi più alte perché promuove non solo gli studi umanistici ma anche l’amicizia [tra gli studiosi])». Nell’estate del 1638 egli lesse pubblicamente un suo sonetto latino durante una seduta degli Svogliati, accademia che avrebbe continuato a frequentare anche durante il suo soggiorno fiorentino avvenuto nel marzo del 1639, dopo un intervallo di un paio di mesi durante i quali visitò Roma e Napoli. Della capitale Milton ne descrive nella Defensio «le antichità e l’antica fama»: qui lo studioso Lucas Holstenius gli mostrò le collezioni della Biblioteca Vaticana, di cui ne era il soprintendente, e gli presentò il cardinale Francesco Barberini.

La conoscenza della lingua italiana fu da Milton acquisita durante i primi anni formativi. Sempre nella Defensio, in merito alla sua educazione, scrive: «Mio padre mi destinò fin da bambino agli studi letterari: e io li intrapresi con tale bramosia che dai dodici anni in poi non lasciai quasi mai le mie elucubrazioni per coricarmi prima di mezzanotte». Oltre alle lingue antiche, essenziali per lo studio accademico, Milton conosceva molto bene anche le lingue moderne europee e ciò è testimoniabile dal fatto che dei sonetti e una canzone scritti in italiano abbiano come data di composizione il 1629, nove anni prima di compiere il grand tour. Le poesie in questione dimostrano, oltreché un talento lirico, anche una capacità linguistica non indifferente per un non madrelingua. Canzone, in special modo, pone l’accento proprio su questa su questa sua singolare attività, ovvero quella di comporre versi in una lingua non sua:

 

Ridonsi donne e giovani amorosi,
m’accostandosi attorno, e ‘Perché scrivi,
perché tu scrivi in una lingua ignota e strana,
verseggiando d’amor, e come t’osi?
Dinne, se la tua speme sia mai vana,
de’ pensieri lo miglior t’arrivi!’
Così mi van burlando, ‘altri rivi,
altri lidi t’aspettan ed altre onde,
nelle cui verdi sponde
spuntati ad or ad or a la tua chioma
l’immortal guiderdon d’eterne frondi.
Perché alle spalle tue soverchia soma?’
Canzon dirotti, e tu per me rispondi,
dice mia Donna, e’l suo dir è il mio cuore,
questa è lingua di cui si vanta Amore.

 

Milton aveva quindi scelto questa lingua per il fatto che fosse l’idioma prediletto dall’Amore. I sonetti sono infatti tutti a tema amoroso e costituiscono un esempio di fine liricità, in cui, come si nota dai seguenti versi, la lingua italiana appare l’unica in grado di comunicare il nobile sentimento:

 

Così Amor meco insù la lingua snella
desta il fior novo di strania favella,
mentre io di te, vezzosamente altera,
canto, dal mio buon popol non inteso,
e’l bel Tamigi cangio col bel Arno.

 

La «strania favella» unisce il poeta alla fanciulla, verosimilmente italiana, così tanto da esser condotto a rinnegare la propria provenienza e a sostituire il Tamigi con l’Arno.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.