LetteraturaPrimo PianoJohn Keats e il timore di «cessare d’esistere»

Lucia Cambria3 Gennaio 2022
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«Quando io temo che potrei cessare / d’essere»: così principia uno dei più celebri componimenti di quel poeta che giovane s’addormentò per sempre in quell’appartamento poggiato sulla scalinata di Trinità dei Monti. E queste parole, del 1818, ci testimoniano – soprattutto con l’uso della parola «when», («quando») – che si tratta di un pensiero ricorrente, di una paura sovrastante e onnipresente.

Le vicende riguardo la breve esistenza di John Keats sono note a molti: ammalatosi di tubercolosi, il poeta lasciò Londra nel settembre del 1820 per imbarcarsi verso il nostro Paese. Da Napoli, dove trascorse una quarantena di dieci giorni per una sospetta epidemia di colera, il giovane – appena venticinquenne – raggiunse Roma, alla ricerca di un clima mite che giovasse alle sue precarie condizioni di salute. Com’è noto, il poeta si spense nel febbraio del 1821.

Uno dei sentimenti che Keats provò durante la sua convalescenza fu, naturalmente, la paura della morte. Quella morte che spazza via non solo una vita, ma anche il suo ricordo. E ciò è evidente nella poesia di cui parleremo, ma trova testimonianza anche nella sua lapide: «Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua». Questa sensazione deve aver attanagliato gli ultimi periodi della sua esistenza come una sorta di ardua sentenza: la morte cancella ogni cosa. E la morte prematura è una condanna ancora più decisiva.

Questi versi esplorano quindi il timore umano nei confronti di quell’evento che accomuna tutti gli esseri viventi ma che, per la sua misteriosità, innesca una giustificata paura per l’ignoto. Le parole «cessare / d’essere» sottolineano il fatto che il poeta metta più enfasi sull’assenza della vita, piuttosto che sulla presenza della morte. La morte è un “non vivere”, una perdita di occasioni: per questo si ripete la parola «prima». Il poeta evidenzia una preoccupazione nel non esserci più e nel perdersi così tutto quello che avrebbe potuto fare e, soprattutto, scrivere:

 

«Quando io temo che potrei cessare
d’essere prima che la penna mia
abbia colto le spighe pullulanti
nel mio cervello, prima che alte pile
di libri in segni chiudano le messi
pienamente mature, come ricchi
granai, quando contemplo sopra il volto
stellato della notte ampi simboli
nebulosi di favola sublime,
e penso che potrei non aver vita
bastante per tracciare le loro ombre
con la magica mano della sorte»

 

La notte stellata e le nubi rappresentano il desiderio del poeta di scrivere e di tramutare in versi il mondo che si staglia attorno a lui. Le ombre che Keats si era prefissato di tracciare non sono più visibili: esse rappresentano una debole e imperfetta essenza del mondo reale. Il poeta romantico celebra ed esalta la natura, la quale rimane dea e maestra, modello irraggiungibile. Per tale motivo, quello che il poeta può tracciare, per quanto sublimi siano i suoi versi, non sono altro che ombre.

La «magica mano della sorte» è quella che condanna il poeta a una breve vita e che quindi non gli permette nemmeno di continuare a scrivere poesia. Keats sente che i sensi a lui affidati presto non gli competeranno più: la vita senziente si allontana dal giovane tisico, lasciandolo solo e lontano dall’amore. Così proseguono i versi:

 

«e quando sento, bella creatura
di un’ora, ch’io mai più potrò mirarti,
né più mi sarà dato assaporare
l’incantata potenza dell’amore
che s’abbandona: allora sopra il lido
del vasto mondo sto solingo e penso
fin quando amore e fama al nulla affonda»

 

La «creatura di un’ora» non è che la vita, bella ma breve, non più visibile agli occhi del poeta. Non possiamo non pensare al Macbeth di William Shakespeare, in cui la vita è paragonata a «un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente».

Il mondo è vasto e inesplorato, ma lui può solo dimorare sulla sua riva, dove non resta altro che contemplare l’amore e la fama che affondano nel nulla: cose che mai il poeta avrà modo di conoscere.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley. Appassionata di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali, è vicepresidente e tra i soci fondatori dell’associazione "La Voce Wagneriana", volta a favorire la conoscenza e la divulgazione delle fonti storiche e letterarie riguardanti il compositore tedesco Richard Wagner.