Nel gennaio del 1872 venne scritta per al rivista «Scribner’s Monthly», su commissione dell’editore, la poesia – che sarà poi nota come canto natalizio – In the Bleak Midwinter (Nel grigio pieno inverno), di Christina Rossetti (1830-1894). La poesia vide però la luce nel 1904, all’interno della raccolta Poetical Works of Christina Georgina Rossetti, curata dal fratello della poetessa, William Michael Rossetti. Due anni dopo venne musicata dal compositore Gustav Theodore Holst e poi ancora, nel 1911, da Harold Darke.
Si tratta di una poesia devozionale, dal nucleo spirituale fortemente evidente. Il tema principale è la nascita di Gesù Cristo, contornata da tutti quei simboli tradizionalmente associati con l’evento natalizio: la mangiatoia, il fieno, il bue, l’asinello e i Re Magi: un presepe si dipana dinanzi agli occhi del lettore.
La religiosità di Christina Rossetti, nata a Londra da genitori di origine italiana, è potente e delicata allo stesso tempo, saldamente intessuta tra le trame dei versi che ha composto. Scrisse le sue prime poesie all’età di dodici anni e le stampò privatamente. Nel 1850, sotto pseudonimo, contribuì con le sue opere alla rivista preraffaellita «The Germ», fondata dal fratello.
La sua produzione è costituita essenzialmente da poesie e ballate di carattere mistico, intrise di simbolismo. Ed è proprio il simbolismo a caratterizzare il suo più celebre componimento, divenuto tra gli emblemi della letteratura vittoriana: Goblin Market (1862), poesia costellata di allegorie che rimandano alla tentazione e alla morale del tempo. In età più avanzata, la scrittrice diede ulteriore prova di un animo sensibile, dedicandosi al volontariato presso case di accoglienza per donne con un passato dedito alla prostituzione.
La poesia In the Bleak Midwinter si apre con una stanza molto semplice, disarmante nella sua linearità:
«Nel grigio pieno inverno, il gelido vento gemette,
la terra era dura come il ferro, l’acqua come la roccia;
era caduta la neve, neve su neve, neve su neve,
nel grigio pieno inverno, tanto tempo fa»
Il freddo e l’oscurità pervadono i versi. L’elemento maggiormente interessante è la ripetizione della parola «neve»: la neve che cade sull’altra neve restituisce al lettore non solo l’idea di una notte molto fredda, ma anche l’idea di una catena di eventi succedutisi, come evidenziato nell’ultimo verso, «tanto tempo fa». Neve cade su altra neve, come gli anni cadono su altri anni. Quello che si sta per narrare è un evento remoto, perso nella notte dei tempi.
«Il cielo non può trattenere il nostro Dio, la terra non può sostenerlo;
cielo e terra scompariranno quando Egli verrà a regnare.
Nel grigio pieno inverno, una stalla bastò
al Signore Dio Onnipotente, Gesù Cristo»
Questa seconda strofa è una forte contrapposizione, possiamo quasi vederla disegnarsi davanti ai nostri occhi: il cielo e la terra sono insufficienti a contenere la grandezza dell’Onnipotente. Il cielo non può più trattenerlo, ma la terra non è all’altezza, sebbene Gesù venga al mondo nel più umile dei luoghi: una stalla. L’ultimo verso, dopo la semplicità e la quasi nudità del verso precedente, si rigonfia di epiteti: Gesù Cristo è Signore, è Dio ed è Onnipotente. Tre parole per contenere quello che il cielo non ha saputo più fermare e che la terra non sarà in grado di accogliere.
«Abbastanza per lui, che i cherubini adorano notte e dì,
un seno colmo di latte e una mangiatoia di fieno;
abbastanza per lui, di fronte al quale s’inchinano gli angeli,
il bue e l’asinello e il cammello adorano»
La modestia delle condizioni della nascita di Gesù cozzano contro il fasto che ne deriva: tutti adorano il nuovo nato. L’attenzione viene subito dopo spostata sulla Vergine Maria:
«Angeli e arcangeli si sono lì radunati,
cherubini e serafini affollavano il cielo;
ma Sua madre sola, nella sua virginale lucentezza,
adorava l’amato con un bacio»
Dopo la Madonna, la poetessa menziona se stessa: cosa può fare lei per adorare Dio fattosi uomo?
«Cosa posso dare io a Lui, povera come sono?
Se fossi stata un pastore, gli avrei portato un agnello;
fossi stata un Re Magio, avrei fatto la mia parte;
ecco cosa posso donare a Lui: il mio cuore»
Ed è davvero questo il nucleo della fede: adorare con la sincerità del proprio cuore, nella limitatezza delle capacità umane, l’ineffabile che si manifesta agli uomini. La terra e il cielo non possono contenere l’essenza di Dio, ma ciò che più si avvicina a essa, è avvertibile nel cuore del fedele.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.