CinemaPrimo PianoIn questo mondo di ladri: gli anni zero dei Vanzina fra prestiti e ritorni

Alessandro Amato Alessandro Amato6 Ottobre 2019
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Il nuovo millennio dei fratelli Vanzina si apre con una scommessa perché Quello che le ragazze non dicono (2000) è un film che nessuno si aspettava, dalla genesi particolare e i caratteri sfumati. «Un po’ commedia un po’ dramma – ha spiegato Carlo -, come la vita». L’intenzione era raccontare una storia tutta al femminile, mostrare le giovani italiane di quel momento storico, in una Milano lontana dai soliti luoghi comuni. Ma era anche il tentativo di riproporre un modello narrativo sulla scia de Le ragazze di Piazza di Spagna (1953) di Luciano Emmer. Insomma, un prestito che ha però il sapore della riscoperta. È chiaro, dalla disamina che abbiamo portato avanti in questi mesi, che Carlo ed Enrico non hanno mai temuto il confronto coi loro padri, tutti i loro padri, non solo Steno. Il cinema italiano nel suo insieme e i loro stessi film sono oggetto di un continuo saccheggio, persino più evidente in quel decennio 2000-2009 che osserviamo in questo pezzo e che sembra fossilizzarsi sulla ricerca quasi ossessiva di una formula preesistente ancora valida e spendibile, un simulacro che possa ravvivare l’entusiasmo del pubblico per il cinema in un momento di forte crisi.

Ne sono la prova il risiano E adesso sesso (2001), il sequel Febbre da cavallo – La mandrakata (2002), l’omaggio Il ritorno del Monnezza (2005) e il ritorno di fiamma con Diego Abatantuono per Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me (2006) e 2061 – Un anno eccezionale (2007). i Vanzina si pongono trasversalmente nei riguardi di queste operazione, ben consapevoli di dover rispondere a delle aspettative ma comunque maneggiando una materia di cui conoscono ogni rischio perché loro stessi ne hanno visto l’effetto sugli spettatori da esordienti, quando Enrico partecipava alla scrittura di Febbre da cavallo (1976) di papà o Carlo capiva di poter fare il regista dopo aver realizzato l’enorme successo de I fichissimi (1981) e del “terrunciello”. A un primo sguardo, dopo i due decenni di azzardi che l’hanno preceduta, questa produzione può sembrare di ripiego, poco coraggiosa o almeno un po’ ruffiana. Ma c’è da dire che non sempre la fortuna passata si tramuta in sicurezza presente, e che anzi tornare su qualcosa di già visto senza la dovuta consapevolezza può risultare persino più rischioso che inventare qualcosa di completamente nuovo in un’Italia che in quegli primi anni Duemila vedeva l’affluenza nelle sale precipitare rovinosamente di mese in mese.

Al netto di tutto, comunque, i film di Carlo ed Enrico di quel periodo non brillano per qualità. C’è qualche guizzo che bisogna riconoscere, ma nel complesso è tutto molto dimenticabile e fa persino rimpiangere alcuni svarioni degli anni Novanta oggi più interessanti da ripescare, come Piedipiatti (1991) con Enrico Montesano e Renato Pozzetto ormai saturi delle loro maschere. A tutti gli effetti, il decennio che stiamo affrontando qui è stato per i Vanzina una pausa di riflessione, un momento per ripensare il proprio operato e approfittare del credito coi produttori per tirare fuori dai cassetti mille idee per personaggi, scene, sketch che non avevano mai trovato spazio nel film precedenti. Esempio fra molti è In questo mondo di ladri (2004), che ha però il vanto di seguire un filone personale cominciato da I mitici – Colpo gobbo a Milano (1994) e intenzionato a fare film di rapina senza mafia e violenza, con in testa I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli. Ma la commedia all’italiana i due fratelli la tengono a mente anche quando accettano di sfidare al botteghino i cinepanettoni di Neri Parenti dopo la drastica separazione di Christian De Sica e Massimo Boldi, dirigendo quest’ultimo in Olé (2006) e accoppiandolo con il napoletano Vincenzo Salemme.

Da questo momento i nostri tornano a pensare a una produzione popolare annuale, intuendo però di poter uscire in periodo estivo senza caracollare di fronte allo svuotamento delle sale. Così nasce Un’estate al mare (2008), pensato a tavolino per coprire un periodo abitualmente rifuggito dai produttori cinematografici italiani e affiancandosi temerariamente alle uscite di luglio dei kolossal hollywoodiani. Ancora una scommessa vinta, ripetuta poi con Un’estate ai Caraibi (2009), che per chi scrive è nettamente più riuscito perché premiato da una più consistente presenza di Gigi Proietti, amico di lunga data dei Vanzina e fondamentalmente assente sul grande schermo tranne che nei loro prodotti. Certo gli incassi fanno gola, ma che un mostro sacro del teatro italiano scelga così precisamente di prestare la faccia a un cinema di questo tipo dovrà pure significare qualcosa. Non è che, ancora una volta, si dovrebbe riconoscere ai due fratelli di aver proposto un’idea di messa in scena al passo coi tempi e in grado di mostrare le facce sempre cangianti del nostro Paese?

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E". e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.